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Pittura, scultura, fotografia: opere di Erminio Tansini
Dal 9 ottobre 2020 al 10 gennaio 2021

I grandi movimenti artistici degli anni Cinquanta […] hanno eliminato veramente la distanza tra superficie tangibile e spazio pittorico: […] hanno usato il supporto per quello che è. Un dato, un materiale da modificare mediante altri materiali, in una sovrapposizione che proprio nella superficie trova il suo principio formante. Da allora la pittura non è più stata la stessa, presa com’era, e com’è tuttora, nell’inderogabile scelta tra due alternative: l’autoreferenzialità dichiarata o la convivenza postmoderna di superficie e alterità simbolica. Di fronte a simili interrogativi, che risposta può dare, all’inizio del XXI secolo, una pittura astratta?

Cerco di darmi una risposta sfogliando un catalogo di Erminio Tansini. Benché i quadri siano tanti, e tutti meritevoli di attenzione, torno sempre sullo stesso, che mi parla. Un Senza titolo del 2007, 50 x 60, su tavola, concepito per fasce orizzontali parallele. Lo guardo e poi penso a Clement Greenberg, e alla sua convinzione che la pittura modernista dovesse per prima cosa affermare inequivocabilmente la propria otticità, il proprio riferirsi esclusivo al senso della vista. Riguardo il quadro, e noto che dei cinque sensi, proprio la vista è quello meno adatto a comprenderlo. Da un lato, la vista è troppo alta, troppo nobile per un’opera simile: guardandola si ha una sensazione simile a quella che si prova davanti alle foto di certi dolci succulenti, foto ricercatamente “materiche”, che invogliano a superare il puro rapporto visivo per toccare, per assaggiare. Questo Senza titolo non si può amare così, platonicamente. Va toccato e assaggiato. Dall’altro lato, la vista è troppo bassa, troppo banale. Senza voler proporre strampalati paragoni, il quadro mi ricorda la sensazione provata la prima volta che entrai in Santa Maria Novella a Firenze: quel ritmo che non è più solo visivo, per il quale l’occhio non basta. Un ritmo che dall’occhio passa direttamente all’orecchio, all’istinto musicale del fruitore, come capita quando chi sa leggere la musica si trova davanti a una partitura, e quelle stanghette sono già qualcos’altro nell’istante stesso in cui l’occhio le vede. Mi chiedo da dove questo quadro prenda questa forza sinestetica.

Kevin McManus
Tratto da: Davide Tansini (a c. di), Erminio Tansini. Opere di materia e colore, Editoriale Giorgio Mondadori, Milano 2011, pp. 7-8.

© «In arce»: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 9 ottobre 2020 – Aggiornato al 10 novembre 2020