Monterosso nel XV secolo


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 24 giugno al 6 novembre 2022
A cura di Davide Tansini
“Monterosso nel XV secolo”. A cura di Davide Tansini

Storici e cronisti antichi hanno lasciato descrizioni più o meno ampie della vita quotidiana e degli eventi accaduti nelle corti europee fra tardo Medioevo e Rinascimento.

Accade con una certa frequenza per i centri più importanti o, comunque, noti per ragioni artistiche e culturali: per esempio Burgos, Chambéry, Costantinopoli/Istanbul, Digione, Ferrara, Firenze, Londra, Mantova, Milano, Napoli, Parigi, Roma, Toledo, Urbino o Vienna.

Invece, è alquanto raro per le corti feudali e signorili più piccole: come quelle appenniniche della famiglia Fieschi, influente anche a Monterosso.

Per motivi di convenienza economica, militare e politica, nel XV secolo gli esponenti del casato fliscano eleggono spesso la loro residenza in località ben difese ma non eccezionalmente grandi e popolate, quali Montoggio, Torriglia o Pontremoli.

Anche per questi centri di potere capita talvolta di rinvenire documenti che aiutano a comprendere meglio la realtà dei tempi passati: la fanno sentire più vicina di quanto appaia per cronologia, arrivando a regalare qualche sprazzo di ironia e di ilarità.

È il caso di un rogito datato 17 maggio 1419, redatto dal notaio pontremolese Corradino Belmesseri e riguardante Gian Luigi Fieschi.

Conte di Lavagna e consignore di Pontremoli, fra gli anni ’10 e ’20 del XV secolo il nobile ligure sceglie il centro lunigianese come sua residenza prediletta.

Si apprende dal documento che in quel periodo l’«illustris et magnificus dominus» è solito fare una passeggiata insieme al suo entourage dopo cena.

Quella sera di maggio lo segue un nutrito codazzo di notabili pontremolesi, che Corradino provvede a indicare in rigoroso ordine di rango: lo «spectabilis et egregius dominus» Antonio Fieschi, podestà; «ser» Enreghino Enreghini, suo segretario; «dominus» Grazio Gentili da Tortona, vicario e giudice; quindi, i notai Franceschino Maracchi, Agostino del fu Alessandro Alfieri, Bartolomeo del fu Pietro Villani e Bernardo del fu «magnificus» Luchino Camisani, tutti «ser» nonché «nobiles et prudentissimi viri»; infine, Bonaccorso del fu Antonio Filippi (l’unico a zero titoli).

Mentre l’aulica comitiva si trova nella piazza inferiore di Pontremoli giunge un messo da Genova: Antonio del fu «magnificus» Giovanni Sanmicheli.

Reca al consignore di Pontremoli una comunicazione inviata dal «dominus» cardinale diacono di Sant’Ariano Ludovico Fieschi, capo della casa fliscana.

L’alto prelato annuncia al parente la pace stipulata tra il Ducato di Milano (governato da Filippo Maria Visconti) e la Repubblica di Genova (rappresentata dal doge Tommaso Fregoso).

Gian Luigi approfitta dell’occasione per un commento di circostanza: si rallegra dell’accordo e dichiara che lo osserverà, facendo cessare ogni offesa contro gli avversari da parte dei suoi sudditi di Pontremoli e di Borgotaro.

Poco importa se i suoi progetti politici sono altri, visto che dopo meno di due anni lo si ritrova schierato con Filippo Maria Visconti contro i Fregoso e la Repubblica genovese.

Il commento di Gian Luigi è registrato dal notaio Corradino, chiamato a bella posta per solennizzare l’evento: in quel caso nessuno dei nobiles et prudentissimi colleghi presenti può rogitare, poiché citati come testimoni.

Puntiglioso e reverente, Corradino si mantiene nei limiti dell’uso corrente, finché straborda definendo Gian Luigi Fieschi, oltre che con il legittimo titolo di conte di Lavagna, anche come «Rex Pontremuli»: cioè, re di Pontremoli.

Il rogito del maggio 1419 è l’unico documento in cui lo strambo appellativo latino sia attestato. Probabilmente, il termine tenta qui di appigliarsi all’uso classico di indicare come rex il capotribù (per esempio, nell’area celtica o germanica), sortendo però un risultato bizzarro e fuorviante.

Nel 1419 i reges della Penisola sono soltanto Giovanna II d’Angiò-Durazzo (regina di Napoli), Ferdinando I d’Aragona (sovrano della Sardegna e della Corsica, nonché della Sicilia) e Sigismondo di Lussemburgo (è Rex Romanorum fino all’incoronazione a imperatore nel 1433, mentre nel 1431 cinge la corona di re d’Italia, altro titolo riservato per prassi ai capi del Sacro Romano Impero).

Con buona pace dello zelante Corradino, la Pontremoli del XV secolo non è sede regia e l’uso del termine rex per qualificare il suo capo è fuori luogo, tanto più che il conte Gian Luigi Fieschi gestisce la signoria pontremolese in condominio con i parenti.

Forse, Corradino incappa in una maldestra piaggeria cortigiana; oppure, in un conato di patriottismo velleitario (i Pontremolesi tentano per secoli di far elevare la loro terra al rango di città); si potrebbe anche sperare in uno slancio di magnanima gioia per la fine di un conflitto.

In ogni caso, il capo è sempre il capo: tanto per rimanere al latino, melius abundare quam deficere

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 24 giugno 2022 – Aggiornato al 10 luglio 2022