Monterosso nel XV secolo


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 24 giugno al 6 novembre 2022
A cura di Davide Tansini
“Monterosso nel XV secolo”. A cura di Davide Tansini

Il vino di Monterosso e delle Cinque Terre è molto celebre, tanto da costituire una parte significativa del brand che sono oggi le antiche Quinque Terrae.

Rinomato lo è già nel Duecento, tanto che il cronista parmigiano fra’ Salimbene de Adam loda il «bonum vinum» che proviene dalla «contrata que Vernatia appellatur».

Alla metà del XIV secolo Giovanni Boccaccio cita la «vernaccia da Corniglia» fra le pagine del suo Decameron (precisamente, nell’episodio di Ghino di Tacco e dell’abate di Cluny).

Proprio la «terra nomata Corniglia dove nasce vino preziosissimo – vernaccia» è l’ambientazione in cui lo scrittore lucchese Giovanni Sercambi ambienta la novella De avaro fra Trecento e Quattrocento.

All’inizio degli anni ’40 del XV secolo il cancelliere della Repubblica di Genova Giacomo Bracelli elogia le cinque «castella» spezzine «dai monti così erti e scoscesi che persino gli uccelli faticano a passarli in volo», tuttavia famose non solo in Italia ma anche in Francia e in Inghilterra per il vino con cui si imbandiscono «le mense dei re».

Meno poetica ma più spiccia e venale è la Gabella Grossa della città di Cremona, che nel 1420-1421 menziona espressamente fra la casistica daziaria i vini di Vernazza, a testimonianza di un commercio già consolidato attraverso la Valpadana.

Pur richiesta anche in luoghi lontani, fra basso Medioevo ed Età Moderna uno dei principali mercati per la pregiata bevanda di Monterosso e delle Cinque Terre è Genova. Snodo commerciale fra i più importanti del mar Mediterraneo, la Superba deve soddisfare le esigenze di 50-70.000 abitanti e di altre migliaia di individui in transito o in permanenza (per esempio, le ciurme delle navi che fanno scalo o base nel porto consumano ogni giorno circa mezzo litro di vino pro capite).

Nel XIV e nel XV secolo sono perciò numerose le taverne situate entro le mura della città o nei suoi dintorni: una settantina sono censite fra gli anni ’50 e ’60 del Trecento.

Gran parte di questi locali sono gestiti da persone originarie della Liguria orientale e, in particolare, dello Spezzino.

La larga disponibilità di vini (anche molto apprezzati) spinge diverse persone a emigrare dal Levante verso Genova, dove aprono, rilevano o prendono in affitto taverne. Per l’approvvigionamento della materia prima contano sull’appoggio di parenti e conoscenti rimasti nelle terre d’origine.

Così, nei coevi atti notarili s’incontrano tabernarii genovesi provenienti da diverse località delle Cinque Terre e dei loro dintorni: Corrado di Piembono e Raimondo di Armanino (Corniglia); Ogerio di Giovanni (Framura); Antonino di Fossato, Antonio Mequintali di Levantino, Bartolomeo di Pagano, Giovanni Bonamici, Iancardo di Iancardo, Ricobono detto Pisanello e Sorleono (Levanto); Bartolomeo di Iacopo di Cartegno (Manarola); Antonino di Domenico (Montenero); Benedetto di Giovannino (Padivarma); Bruneto di Oberto (Polverara); Franceschino di Andrea (Trebiano); Antonio Clerichino (che è anche speziale e proviene da Vernazza); Branca, Pensaben e Venturino de Cazana (forse Cassana, oggi frazione di Borghetto di Vara).

Collegato alle esigenze del commercio del vino è anche un certo Francesco Scoto di Nicolò di Bonassola, costruttore di botti.

Da Monterosso proviene invece Costantino, taverniere nella contrada del Molo a Genova, che nel 1357 prende al proprio servizio come apprendista («pro famulo et discipulo») il conterraneo Antonio Benedetto, figlio del defunto Dagnano e cognato di Percivalle di Monterosso. Le clausole dell’accordo comportano che Antonio rinunci a prender moglie fino al termine del contratto, previsto con una durata triennale.

Nello stesso anno un altro taverniere monterossino, Oberto Bono, attivo nella contrada genovese di Canneto, accetta come apprendista Antonio de Collecto di Voltri. Nella convenzione Oberto s’impegna a tenere con sé Antonio per un anno (anche in caso di malattia), a fornirgli vitto e alloggio (in particolare, da mangiare e da bere «bene et decenter») e a compensarlo con un salario di quindici lire (pari a qualche centinaio di euro attuali).

Pure di Monterosso è Lazzarino Bono (forse, un partente di Oberto), che nel 1354 formalizza insieme ad Antonio de Cerreto di Moneglia l’affitto di una taverna in contrada Soziglia, appartenente agli eredi di Araono Lercario. A Lazzarino (che non è qualificato come taverniere) compete la fornitura della materia prima. Con il socio gestisce il locale già da tempo e al momento del rogito ha consegnato quasi 16.000 litri di vino.

Le sue notevoli disponibilità sono confermate ventisette anni più tardi, quando Lazzarino risulta proprietario di circa 5.500 litri di vino (fra vernaccia, Monterosso e greco) imbarcati l’anno precedente su una nave salpata alla volta dell’Inghilterra, per un valore di oltre 1.600 lire (attualmente, pari a diverse decine di migliaia di euro).

Legato al commercio del vino risulta anche il monterossino Nicolò di Pietro Carlini, in affari con il taverniere Giovanni Bonamici di Levanto.

Nelle taverne genovesi dell’epoca il consumo delle bevande alcoliche si accompagna a quello di altri alimenti: per esempio, sono menzionati espressamente il pane, i canestrelli e il pesce, che comprende i «tonina salsa» (tonni salati).

Bartolomeo Bochino di Rapallo gestisce nel 1353 il locale con il maggiore assortimento documentato di vini: ne serve fino a cinque qualità diverse e tratta anche il pregiato bianco di Corsica (citato nella cinquecentesca Commedia degli straccioni di Annibal Caro).

Tre sono però i tipi usualmente proposti: il migliore («bonum, nitidum et boni sapori») costa di norma il triplo di quello più scadente. I tavernieri possono vendere anche il prodotto ammuffito, acidificato o intorbidito, purché a un prezzo calmierato per legge.

Le possibilità di frodi in questo settore sono notevoli, così la legge impone ai tavernieri di non alterare il vino: per esempio, non mescolare vecchia e nuova vendemmia da metà settembre a Natale oppure tipi diversi tra loro.

Sono però consentiti i trattamenti conservativi. Il più comune prevede l’uso delle uova, perché l’albume aiuta a contenere il filante: un’infestazione batterica del vino bianco che lo rende mucillaginoso, riducendone la qualità.

Gli statuti quattrocenteschi di Monterosso impongono di non importare nel territorio della comunità «vinum extraneum sive forense». Le sole eccezioni riguardano le imbarcazioni approdate sulla spiaggia per sfuggire alle tempeste (da sorvegliare affinché il prodotto non sia scaricato) e le vigne poste fuori dai confini monterossini ma proprietà di abitanti o residenti (in questo caso il vino può essere introdotto soltanto nel mese di ottobre).

Forenses o terrigenes, la pena comminata ai contravventori non è leggera: 10 lire di ammenda per ogni trasporto illegale oltre alla confisca del vino e dell’imbarcazione eventualmente utilizzata per condurlo (cosa che può portare a una perdita oggi calcolabile in decine di migliaia di euro). Le delazioni sono incoraggiate e il denunciante può ricevere un quarto della multa.

L’atto è infatti considerato «periculosum et dannosum» per la comunità. I Capitula seu statuta menzionano l’eventualità di «multas fraudes»: spacciare per vino di Monterosso ciò che non lo è. Tali pratiche truffaldine possono anche avvantaggiare i singoli ma finiscono per minare la credibilità di un intero marchio.

Marchio che nel Quattrocento non è definito come tale ma che già lo è di fatto. La comunità monterossina sente di doverlo difendere, anche dai suoi stessi membri.

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 24 giugno 2022 – Aggiornato al 10 luglio 2022