Monterosso nel XV secolo


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 24 giugno al 6 novembre 2022
A cura di Davide Tansini
“Monterosso nel XV secolo”. A cura di Davide Tansini

Quando Tomaso Fregoso assume la carica di doge nel luglio 1415 la Repubblica di Genova ha urgente bisogno di denaro.

Anche per ingraziarsi il favore del popolo, al momento della sua proclamazione l’ex console di Pera dona all’erario 60.000 ducati d’oro (pari oggi ad alcune decine di milioni di euro), che aiutano lo stato a contenere i propri debiti.

La munificenza contraddistingue da subito il dogato di Tomaso, che costituisce una vera e propria corte signorile nelle sale del palazzo e assegna sistematicamente gli uffici statali ai membri di casa Fregoso.

Nel tentativo di superare i precedenti contrasti, Tomaso fornisce al re Carlo VII di Valois otto navi da impiegare nel conflitto contro l’Inghilterra (il Regno di Francia è ancora impegnato nella guerra dei Cent’Anni). Inoltre, stringe rapporti di alleanza con la Repubblica Fiorentina e con il duca Amedeo VIII di Savoia.

Queste azioni non sono però sufficienti a impedire il deteriorarsi della situazione, tanto che nel 1416 il marchese Gabriele Malaspina di Villafranca fa tendere un agguato al vicario genovese della Spezia Olderico Biassa, ucciso nei pressi di Brugnato.

La violenta rappresaglia è condotta da due fratelli del doge, Battista e Spinetta Fregoso: quindici castelli malaspiniani tra le valli del Vara e della Magra sono conquistati (Beverone, Brugnato, Stadomelli, Villa e Villafranca, tenuti come dominio di famiglia), distrutti o danneggiati (compresi quelli di Calice, Madrignano, Rocchetta, Suvero, Terrarossa e Virgoletta).

L’anno successivo il Ducato di Milano entra in guerra contro la Repubblica di Genova. Il fronte principale del conflitto si sviluppa nella valle dello Scrivia ma coinvolge anche altri territori.

Piacenza, per esempio, è occupata nel 1418 dalle truppe viscontee, che ne scacciano il signore Filippo Arcelli, alleato dei Fregoso.

Anche il Sarzanese è coinvolto dal passaggio di una spedizione armata, che spinge le comunità lunigianesi di Casciana, Codiponte, Monzone e Vinca a porsi sotto la protezione della Repubblica Fiorentina.

Nonostante le difficoltà, l’influenza di Tomaso Fregoso su Genova rimane notevole. Può permettersi di avanzare proposte anche drastiche per cercare di salvare il proprio sistema di potere.

Nello stesso 1418 arriva a suggerire la vendita di Livorno alla Repubblica di Firenze per ristorare le finanze della Superba. Perdere un avamposto strategico come quello livornese (peraltro, in modo poco ponderato) sarebbe un duro colpo per la Dominante dei Mari.

Tuttavia, durante il consiglio in cui la proposta è avanzata solo una persona si leva a contraddire il doge, stigmatizzando la risoluzione: Luca Pinelli. La mattina successiva il corpo senza vita del contestatore è rinvenuto crocifisso in una piazza della città. Ai suoi piedi è deposto un lugubre cartiglio in latino: «quia locutus est verba quae non licet homini loqui» («poiché ha pronunciato parole che non è lecito a una persona pronunciare»).

Gli autori del delitto rimangono ignoti ma tutti immaginano quale sia il movente. Nessuno osa più contrastare la decisione di Tomaso Fregoso: Livorno è ceduta alla Signoria fiorentina per 100.000 fiorini d’oro (ora sarebbero molte decine di milioni di euro).

Dopo la vicenda livornese le defezioni cominciano a farsi sentire anche nel partito del doge. Lo stesso anno Teramo Adorno, figlio di Giorgio, stringe un’alleanza con le famiglie Guarco e Montaldo contro il casato fregosiano, ottenendo il supporto militare e finanziario di Filippo Maria Visconti.

Spinto dalle circostanze, il doge firma un trattato di pace con il duca milanese: la Repubblica deve versare 200.000 ducati di tributo (pari oggi a molte decine di milioni di euro) e cedere tutti i territori scriviesi fra Serravalle e Busalla.

Dopo aver chiuso il conflitto appenninico con gravi perdite, Tomaso Fregoso vede aprirsi un’altra crisi in Corsica, dove gli Aragona fomentano una sollevazione antigenovese.

Per reperire il denaro necessario a preparare la spedizione con cui sedare la rivolta corsa il doge è costretto a impegnare i beni della sua famiglia.

L’azione militare nell’isola è coronata da successo ma la Repubblica e gli stessi Fregoso sono ormai senza risorse e non possono fronteggiare nuove minacce.

Nel 1421 Genova è nuovamente attaccata dal Ducato di Milano. Filippo Maria Visconti invia contro la città ligure due armate al comando di Guido Torelli e di Francesco Bussone detto il Carmagnola, il più celebre condottiero dell’epoca.

I Fieschi, che nella guerra precedente sono rimasti dalla parte della Repubblica, questa volta si schierano apertamente con il duca lombardo.

Anche gli aragonesi partecipano al conflitto e davanti a Porto Pisano una flotta catalana distrugge le forze navali genovesi condotte da Battista Fregoso, catturando lo stesso comandante.

Con la città minacciata sia da terra sia dal mare, il doge comprende di non aver possibilità di resistenza e concorda di lasciare la propria carica consegnando la Superba a Filippo Maria Visconti.

Il 3 novembre 1421 Tomaso Fregoso depone le insegne dogali e, secondo gli accordi, riceve 300.000 fiorini di buonuscita (corrispondono oggi a molte decine di milioni di euro) insieme alla signoria di Sarzana e della Lunigiana, con la facoltà di alienare queste terre solo a favore della Repubblica di Genova.

Monterosso rimane con la Dominante e viene così a trovarsi non lontana dal neonato stato fregosiano.

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 24 giugno 2022 – Aggiornato al 10 luglio 2022