Monterosso nel XV secolo


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 24 giugno al 6 novembre 2022
A cura di Davide Tansini
“Monterosso nel XV secolo”. A cura di Davide Tansini

Per controllare e gestire i propri domini la Repubblica di Genova si serve di funzionari incaricati di svariate funzioni: custodia delle fortificazioni, amministrazione della giustizia, approvvigionamento di viveri, riscossione delle tasse.

Uno dei più alti ufficiali che lo stato genovese ha nel Levante ligure è il vicario della Spezia: rappresenta l’autorità repubblicana e, tra gli altri compiti, amministra la giustizia nei territori che la Superba controlla direttamente.

Una multiforme varietà di statuti locali, decreti governativi, privilegi feudali ed esenzioni particolari (anche ad personam) modera sensibilmente il campo d’azione del funzionario.

Le carte processuali riguardanti l’attività dei vicari spezzini durante il Quattrocento sono sopravvissute solo in piccola parte e si limitano a pochi anni nel secondo e nel quarto decennio del secolo.

Sono però conservati gli atti relativi a un delitto che provoca molto scalpore fra Liguria e Toscana: l’omicidio di Olderico (o Alderico) Biassa, che nel 1416 è appunto il vicario della Spezia.

Nel febbraio di quell’anno, mentre si trova a Brugnato in viaggio per Zignago, Olderico è assalito e ucciso sulla riva del Vara dal marchese Gabriele Malaspina di Villafranca e da quattordici suoi sgherri.

Gli scherani sono alloggiati in un’osteria del luogo da alcuni giorni: evidentemente, una spia li ha avvisati circa i movimenti della vittima.

Tutto ciò rende palese come l’agguato sia stato premeditato con largo anticipo e questo aumenta la portata di un delitto politicamente già molto grave: il vicario è il più alto ufficiale che la Repubblica di Genova ha in loco.

Olderico appartiene alla famiglia spezzina dei Biassa, molto legata alla stirpe Fregoso: di questo casato è espressione il doge stesso, Tomaso.

Da tempo ci sono notevoli discordie fra lo stato genovese e i Malaspina di Villafranca. L’omicidio fa precipitare la situazione: la Superba deve rispondere subito e con durezza.

Una rappresaglia armata contro le terre malaspiniane è condotta dal fratello del doge stesso, Battista: vari castelli sono distrutti od occupati, fra cui Beverone, Brugnato, Stadomelli, Villa e Villafranca.

Quanto agli sgherri responsabili del delitto, dieci sono uccisi e quattro catturati ma, fortunosamente, riescono a fuggire.

Alcuni mesi dopo è arrestato un certo Pellegrino da Milano, detto di Venezia: uomo di «mala condizione» che voci dicono abbia partecipato all’agguato.

Il processo istruito dal nuovo vicario Bartolomeo Carrega e dall’assessore vicariale Stefano da Bobbio inizia il marzo 1417.

All’imputato è letta l’accusa. Viaggiando da Genova verso la Lunigiana in compagnia di un certo Moscatello da Verona, questi lo avrebbe istigato a compiere l’omicidio dietro preghiera dello stesso marchese Gabriele, che gli avrebbe promesso cento ducati (pari a varie migliaia di euro odierni). «Ispirato da spirito diabolico», avrebbe perpetrato il delitto, uccidendo sul colpo il vicario.

Pellegrino giura che tutto corrisponde al vero. Con la sua confessione il caso sembrerebbe risolto ma si debbono concedere tre giorni all’accusato per poter comunque organizzare la difesa e portare a conclusione il processo.

Si riprende il 5 marzo con l’audizione di quattro testimoni, provenienti da Brugnato. Qui, il colpo di scena: tutti dichiarano di conoscere i membri del gruppo responsabile dell’imboscata ma Pellegrino non è uno di quelli e non lo hanno mai visto prima.

Così si pronunciano Tommasino di Carnizzano e Antonio Iacobini, rispettivamente gestore e avventore dell’osteria utilizzata come covo dalla brigata; lo stesso fanno Dolcino di Paolinotto e Antonio di Arduino, ex famigli del marchese Gabriele Malaspina e incaricati da quest’ultimo di assistere in varie occasioni la banda degli sgherri.

I giudici, stupiti, sospendono l’udienza e tre giorni dopo, alla ripresa, chiedono conto a Pellegrino della sua iniziale dichiarazione.

L’imputato confessa di aver mentito per paura di essere sottoposto a tortura (eventualità piuttosto probabile, visto il caso) ma può dimostrare la sua innocenza con un alibi: nel marzo 1416 ha lavorato come laniere a Genova.

Ha prestato servizio presso l’artigiano Antonio Semino, residente vicino a porta Olivella: l’ex capo e i suoi libri contabili possono confermarlo.

Di nuovo, il vicario interrompe i lavori: deve scrivere al giudice dei Malefici del capoluogo ligure perché verifichi le dichiarazioni di Pellegrino.

Alla successiva udienza del 15 marzo si conosce la risposta da Genova: Antonio Semino ha confermato l’alibi.

Così, Pellegrino da Milano detto di Venezia non è «culpabile»: prosciolto dall’accusa, torna libero.

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 24 giugno 2022 – Aggiornato al 10 luglio 2022