Monterosso nel XV secolo


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 24 giugno al 6 novembre 2022
A cura di Davide Tansini
“Monterosso nel XV secolo”. A cura di Davide Tansini

Filippo Maria Visconti nasce a Milano il 3 settembre 1392, secondogenito del matrimonio fra il signore di Milano Gian Galeazzo Visconti e Caterina Visconti.

I due sposi sono fra loro primi cugini (Caterina è figlia di Bernabò, zio di Gian Galeazzo). Ciò ha probabilmente creato problemi con il concepimento dei figli: i ripetuti aborti di Caterina hanno posto molti dubbi sulle possibilità di una discendenza viscontea e sul futuro politico del casato.

La coppia ducale si è quindi spinta a far voto alla Vergine, promettendo di assegnare il nome Maria a tutti i loro futuri figli.

Il primogenito Giovanni Maria è venuto al mondo nel 1388, quattro anni prima di Filippo Maria.

Alla nascita di quest’ultimo i duchi milanesi fanno un ulteriore voto: consacrare un santuario alla Madre di Dio. È così avviato il progetto della monumentale certosa di Pavia.

L’infanzia del secondogenito è segnata da numerosi problemi fisici. Il bambino è dichiarato sano e robusto alla nascita: probabilmente, i medici di corte vogliono compiacere il padre e i suoi disegni politici, coronati nel 1395 dall’investitura a duca di Milano.

Tuttavia, Filippo Maria è affetto da rachitismo: la cosa gli impedisce di camminare speditamente e di tenere un portamento corretto, anche da adulto.

Nel 1402 il duca Gian Galeazzo è all’apice della propria carriera politica: i suoi domini si estendono fra gli odierni territori dell’Emilia, della Lombardia, del Piemonte, del Ticino, della Toscana, del Trentino, dell’Umbria e del Veneto.

Lo stesso anno muore, lasciando il proprio stato a Giovanni Maria, sotto tutela di un consiglio formato dalla madre Caterina, da maggiorenti milanesi e da comandanti viscontei.

A Filippo Maria tocca il titolo di conte di Pavia: il padre ha deciso di allontanarlo da Milano, temendo possibili complotti contro il secondogenito (del resto, lo stesso Gian Galeazzo ha fatto arrestare e probabilmente avvelenare lo zio-suocero Bernabò nel 1385).

La scomparsa del primo duca innesca una spirale di eventi che travolge rapidamente lo stato milanese. Le casse della corte sono vuote, molti avversari di Gian Galeazzo riprendono vigore, altri tentano di approfittare della situazione per ritagliarsi fette di potere sempre più consistenti, al pari degli stessi capitani viscontei che dovrebbero invece difendere il Ducatus Mediolani.

Anche perché istigato da questi personaggi, il nuovo duca dimostra un carattere violento e crudele, che gli vale il soprannome di Giovanni il Terribile. Le cronache riportano di persone fatte sbranare dai cani dietro suo ordine, e di feroci repressioni contro la popolazione.

La coesione politica dello stato lombardo si frantuma e quasi tutte le città già sottoposte a Gian Galeazzo si sottraggono all’obbedienza viscontea.

Filippo Maria Visconti assiste allo sfacelo del proprio casato pressoché impotente. In questa già difficile situazione perde l’unica persona amata: la madre Caterina, incarcerata 1404 durante un colpo di stato e morta lo stesso anno (forse di peste o per avvelenamento).

Durante gli anni successivi è coinvolto nelle lotte di potere che vedono scontrarsi in mutevoli alleanze il duca di Milano, Jean II Le Meingre (governatore francese di Genova fino al 1409), il marchese del Monferrato Teodoro II Paleologo (dominatore del capoluogo ligure dal 1409 al 1413) e il condottiero visconteo Bonifacino (o Facino) Cane.

Quest’ultimo è a capo di una delle più forti compagnie di ventura operanti in Lombardia. Riesce ad accaparrarsi un’ingente fortuna economica e un dominio personale esteso fra Alessandria, Brianza, Novara, Piacenza (persa nel 1409), Tortona, Varesotto e parte del Milanese.

Nel 1411 il condottiero s’impadronisce di Pavia e blocca nel castello della città lo stesso Filippo Maria.

Il 16 maggio 1412 il duca Giovanni Maria è ucciso a Milano durante una congiura e, contemporaneamente, muore Facino Cane, colpito da un violento attacco di gotta.

Il capitano ha pensato alla sua difficile eredità: non ha avuto figli e sua moglie Beatrice Cane, benché donna energica e tenace, non sarebbe mai stata accettata come capo di una compagnia militare.

Così, nelle ore precedenti la sua dipartita il condottiero ha stretto un patto con l’avversario Filippo Maria.

Facino Cane ha destinato il proprio denaro e la propria armata al cadetto dei Visconti, purché questi sposi la futura vedova (di vent’anni circa più anziana rispetto a lui).

Filippo Maria ha accettato e, dopo la scomparsa dell’ex nemico, ottiene i mezzi con cui conquistare Milano e diventarne il terzo duca, a fianco della moglie Beatrice.

Il sovrano avverte appieno il peso della responsabilità che il titolo comporta: soprattutto, l’obbligo morale di ricostituire il ducato paterno e di riportare il casato della Vipera all’antico prestigio.

Per far questo, oltre all’apparato diplomatico del proprio stato, il figlio di Gian Galeazzo ha bisogno di validi condottieri.

Proprio una delle doti attribuite a Filippo Maria Visconti è quella di saper riconoscere e ingaggiare i migliori capitani disponibili sulla piazza del centro-nord Italia: per esempio Niccolò, Francesco e Jacopo Piccinino, Luigi dal Verme, Angelo della Pergola, Guido Torelli e, in particolare, il piemontese Francesco Bussone (più noto come il Conte Carmagnola).

Grazie a loro riesce a riconquistare larghe porzioni dei territori già appartenuti al primigenio Ducatus Mediolani: Lodi (1414), Como (1416), Vercelli (1417), Piacenza (1417-1418), Bergamo e Cremona (1419), Parma (1420), Brescia (1421), Crema (1423) e l’alta valle del Ticino (1422-1426).

Pur avendo sottoscritto un tregua decennale nel 1414, tre anni più tardi Filippo Maria Visconti entra in guerra contro la Superba, capeggiata dal doge Tomaso Fregoso.

Lo scontro termina nel 1419. La Repubblica deve cedere quasi tutta l’alta valle del torrente Scrivia (Piacenza, alleata di Genova, è conquistata durante il medesimo conflitto) e pagare un elevatissimo tributo monetario ma il contenzioso è tutt’altro che risolto.

Approfittando della debolezza di casa Fregoso e contando sull’appoggio delle consorterie Fieschi, nel 1421 il duca fa attaccare la città della Lanterna da un’armata al comando di Guido Torelli e del Conte Carmagnola.

Il 3 novembre Tomaso Fregoso accetta di lasciare Genova in signoria a Filippo Maria Visconti dietro la concessione di un cospicuo dominio personale in Lunigiana, con centro a Sarzana.

Come governatore del capoluogo ligure il duca insedia lo stesso Conte Carmagnola, che però si risente della nomina: la avverte come un esilio dalla corte milanese e uno sgarbo fattogli dal sovrano.

Fra il 1421 e il 1422, infatti, il carattere del duca si fa sempre più cupo e sospettoso. Completato il grosso delle riconquiste, diviene insofferente verso alcuni obblighi che il suo ruolo gli impone.

È colto da attacchi di paranoia, teme complotti, intesse complicate trame diplomatiche e politiche in cui egli stesso fatica a orizzontarsi. Alla fasmofobia (teme i fantasmi) associa probabilmente l’ipocondria e la farmacofobia (non sopporta le medicine).

Piuttosto superstizioso, il duca di Milano e signore di Genova ricorre con frequenza all’astrologia e alla cartomanzia: soprattutto, alle pratiche divinatorie legate ai tarocchi.

Tutto ciò si aggiunge a una salute fisica precaria: cammina a fatica, aumenta progressivamente di peso, si ammala di gotta e con passare del tempo la sua vista si indebolisce (negli ultimi anni diventa guercio e infine completamente cieco).

Gli scenari pressoché esclusivi della sua vita sono i castelli lombardi di Abbiategrasso, Cusago, Pavia, Vigevano e quello di Porta Giovia a Milano. Accetta raramente di uscire da lì.

L’insofferenza del duca si è rivolta anche contro la moglie, che i cronisti di corte (partigiani del duca) descrivono come volitiva, invadente nei confronti del marito e, addirittura, animata da voraci lussurie.

Nel 1418 Beatrice Cane è stata arrestata con l’accusa di tradimento coniugale, consumato con un certo Michele Orombelli. Estorta loro la confessione tramite tortura, i due presunti amanti sono stati decapitati lo stesso anno nel castello di Binasco.

Secondo alcune fonti, una damigella di Beatrice è Agnese del Maino, figlia del conte palatino e questore ducale Ambrogio.

In breve tempo la ragazza diviene l’amante del duca e con lui concepisce due figlie: Bianca Maria (venuta al mondo nel 1425) e Caterina Maria (morta in fasce nel 1426).

Le nascite avvengono quando Filippo Maria Visconti comincia a perdere diversi fra i sostegni che gli hanno consentito di estendere il raggio d’azione della politica milanese.

L’avvio di una campagna espansionistica in Romagna e a sud dell’Appennino nel 1422 ha fatto entrare in conflitto il ducato lombardo con lo stato fiorentino.

Due anni più tardi il Conte Carmagnola ha abbandonato il sovrano milanese e ha ottenuto di essere assunto dalla Repubblica di Venezia. Questa intende servirsene per appoggiare la Signoria gigliata e ridimensionare l’influenza politico-militare di Milano e quella mercantile di Genova: le due principali città italiane rivali della Serenissima, entrambe soggette a Filippo Maria Visconti.

Nel 1425 Tomaso Fregoso occupa con le proprie truppe Moneglia e Sestri Levante, dove batte l’esercito guidato da Niccolò Terzi, inviato dalla Lombardia a reprimere l’azione dell’ex doge.

Anche approfittando dei disordini nel Levante ligure, l’anno seguente la Repubblica di San Marco interviene nello scontro fra Milano e Firenze.

Nel 1427, durante la battaglia di Maclodio, il Conte Carmagnola riesce a sconfiggere e catturare quasi tutta l’armata viscontea operante in Lombardia.

Il successivo trattato di Ferrara del 1428 costringe Filippo Maria Visconti a cedere Bergamo e Brescia alla Repubblica di Venezia, mentre Firenze ottiene il ritiro delle forze milanesi nella Valpadana.

Due anni prima il duca ha anche dovuto cedere Lerici e Porto Venere al re Alfonso V d’Aragona come pegno in cambio delle roccheforti corse di Bonifacio e Calvi, richieste dal sovrano spagnolo per pacificare la Corsica e abbandonare lo schieramento avverso a Milano.

Nello stesso 1428, per scongiurare l’apertura di un fronte di guerra anche verso ovest, il signore di Genova ha accettato di sposare Maria di Savoia, figlia del duca Amedeo VIII, cedendo a quest’ultimo la città di Vercelli con il suo territorio.

L’unione è tutt’altro che felice. Consumato il matrimonio, il sovrano fa relegare la moglie lontano da Milano. La duchessa è costretta a vivere isolata fino alla morte del marito.

L’interesse del duca si concentra su Bianca Maria, che dalla seconda metà degli anni ’20 diviene elemento chiave delle sue azioni politiche e diplomatiche.

Affianca il destino della figlia ai tentativi di recuperare le posizioni perdute a vantaggio di Firenze e di Venezia, contro cui la lotta si riaccende nel 1431.

Stavolta è la Serenissima a incontrare diverse difficoltà, complice le prestazioni non eccelse fornite dal suo capitano generale, il Conte Carmagnola.

Forse implicato in un tradimento a favore di Filippo Maria Visconti, il condottiero piemontese è arrestato dalle autorità veneziane, imprigionato e decapitato nel 1432.

Nel frattempo il duca ha potuto soccorrere l’alleata Repubblica di Lucca, minacciata da Firenze. Inoltre, ha portato la guerra nel dominio sarzanese dei Fregoso, conquistando anche Pontremoli nel 1431.

L’anno successivo il sovrano milanese accorda il fidanzamento della figlia a un intraprendente capitano che gli è stato presentato da Guido Torelli nel 1424 e che dall’anno seguente lo ha ripetutamente servito: Francesco Sforza.

Astuto, abile e brillante, il condottiero riesce a sfruttare il complesso gioco diplomatico e militare che coinvolge Firenze, Genova, Milano, Venezia, la corte romana del pontefice Eugenio IV, quella napoletana della regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo e quella spagnola del re Alfonso d’Aragona.

Si ritaglia un dominio personale nelle Marche, stringe una salda amicizia con il potente banchiere Cosimo de’ Medici (dal 1434 egemone su Firenze) e passa ripetutamente tra il fronte alleato e quello avversario del dux Mediolani.

Nel 1435 Filippo Maria assiste alla ribellione di Genova, tornata indipendente grazie al supporto del casato Fregoso.

Dopo molti ripensamenti, rinvii e mutamenti di opinione, nel 1441 il duca concede la mano della figlia Bianca Maria a Francesco Sforza, nell’ambito di un accordo di pace che coinvolge anche le repubbliche di Firenze e di Venezia.

Tramite la moglie, al condottiero perviene una dote consistente: comprende il controllo di Cremona e di Pontremoli, oltre a un buon piazzamento per la successione al trono milanese (Filippo Maria non ha eredi legittimi e Bianca Maria non può diventare duchessa regnante di Milano).

La guerra, tuttavia, è destinata a riprendere e nel 1446 torna a infiammare la Lombardia, opponendo suocero e genero.

Intrappolato nelle sue complicate trame, il duca è incapace di agire con efficacia e vede il proprio stato invaso dalle truppe veneziane.

Nell’estate 1447, in un momento di difficoltà anche per Francesco Sforza, invia a questi un’offerta di riappacificazione, aprendo addirittura alla possibilità di un’abdicazione a suo favore.

L’azione non ha esito e, comunque, il duca non intende lasciare precise indicazioni successorie. Ormai completamente cieco e immobilizzato a letto dalle malattie, Filippo Maria Visconti muore il 13 agosto 1447 nel castello di Porta Giovia a Milano.

In quei giorni Milano è attorniata dalle truppe della Serenissima ed è in preda a una forte crisi economica (le casse ducali sono state prosciugate da oltre un ventennio di conflitti).

Il duca non è mai stato amato in vita dai suoi sudditi: anzi, neppure conosciuto, avendo sempre evitato di apparire in pubblico.

Così, mentre i maggiorenti milanesi costituiscono una repubblica destinata a sostituire il regime ducale, alle esequie del sovrano partecipano poche persone.

Il feretro del dux Mediolani è esposto come da consuetudine fra due colonne del Duomo, poi è abbandonato a sé stesso all’interno dell’edificio per qualche anno.

In seguito, sotto il dominio di Francesco Sforza, nella stessa cattedrale gli è costruito un sepolcro dove le sue spoglie riposano fino al secolo successivo.

È il cardinale Carlo Borromeo a ordinare la rimozione del suo monumento funebre, insieme a quelli di altri personaggi e sovrani.

Nuovamente accantonati nel Duomo, i resti di Filippo Maria Visconti scompaiono per sempre.

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 24 giugno 2022 – Aggiornato al 10 luglio 2022