Monterosso nel XV secolo


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 24 giugno al 6 novembre 2022
A cura di Davide Tansini
“Monterosso nel XV secolo”. A cura di Davide Tansini

Una delle più antiche menzioni del toponimo Cinque Terre è contenuta in un opuscolo redatto dall’umanista ligure Giacomo Bracelli.

Forse nativo di Sarzana, è un cancelliere al servizio della Repubblica di Genova almeno dal 1411. Grazie alla sua condotta degna e fedele, dagli anni ’20 del XV secolo il governo della Superba gli affida numerose missioni che in quasi quattro decenni lo portano in varie città dell’Italia (come Bologna, Firenze, Milano e Napoli).

Le sue radici rimangono indissolubilmente legate alla Liguria, cui dedica una delle sue prime opere conosciute, conservata in manoscritto presso la biblioteca Berio di Genova.

Con poco più di 1.500 parole Giacomo Bracelli tratteggia in latino la fisionomia delle terre poste lungo le riviere del Genovesato.

L’opuscolo è databile fra il 1418 e il 1421. Sarzana non compare come un dominio fregosiano (lo diviene nel 1421) e vi è un accenno a Livorno: la Superba controlla questo strategico porto dal 1407 ma nel 1418 lo vende alla Repubblica Fiorentina (non senza contestazioni) per consentire al doge Tomaso Fregoso di recuperare denaro con cui sostenere la propria politica.

Il vivo rimpianto patriottico espresso dall’autore per la perdita livornese, ritenuta insensata e dannosa (fatto «tam iniustum quam inhonestum»), fa tradizionalmente attribuire la stesura dell’opuscolo allo stesso 1418.

Nel suo viaggio letterario lo scrittore percorre la Riviera di Levante da Sarzana verso Genova, collocando perciò le Cinque Terre fra l’«impugnabillis» («inespugnabile») Porto Venere e la «pinguis» («grassa», «ricca») Levanto.

«Riomazorium», «Manarolia», «Cornilia», «Vernacia» e «Montis Rubeum»: «haec quinque loca vocantur quinque terre» («questi cinque luoghi sono chiamati Cinque Terre»). La menzione latina di Giacomo Bracelli è una fra le più antiche conosciute del celebre toponimo spezzino.

L’autore descrive Riomaggiore, Vernazza e Monterosso come difese da fortificazioni, mentre Corniglia e Manarola sono protette grazie all’asperità dei loro siti.

A caratterizzare tutti e cinque i borghi è la fama dovuta ai vini: a Riomaggiore sono i «vina vernacia noncupata rocesi» («vernacce chiamate roccesi»); Manarola è nota per il «dulcis fructus» («dolce frutto», cioè l’uva); la celebrità di Corniglia è dovuta alla «fertilitas et vini qualitas» («fertilità e qualità dei vini»); Vernazza è rinomata per l’«effectus vini» («virtù del vino»).

Quanto a Monterosso, è un «oppidum» (centro fortificato) popolato da oltre 300 presone. «Iuxta mare situm est arduo muro tutum» («è situato vicino al mare, protetto da un’erta muraglia») e incluso con le altre quattro terre «in pari beneficio vini» («per lo stesso merito del vino»).

Nel corso degli anni Bracelli ritorna più volte sul tema delle riviere liguri, rielaborando il testo scritto fra gli anni ’10 e ’20 del XV secolo in almeno due occasioni: per una relazione consegnata a un ambasciatore francese a Genova nel 1442 e, sei anni dopo, per una descrizione destinata all’umanista forlivese Flavio Biondo, notaio della Camera Apostolica e segretario pontificio a Roma.

L’attività diplomatica e gli studi che conduce fanno entrare Giacomo Bracelli in contatto con i protagonisti del panorama culturale italiano: per esempio Ciriaco d’Ancona, Giovanni Aurispa, Francesco Barbaro, Antonio Beccadelli detto il Panormita, Poggio Bracciolini, Gian Mario Filelfo e, appunto, Flavio Biondo.

Negli anni ’40 del XV secolo il cancelliere romagnolo sta redigendo l’Italia illustrata: un’ampia opera storico-geografica in latino, dedicata all’intera Penisola. Impossibilitato ad acquisire e verificare in loco le informazioni riguardanti le varie zone dello Stivale, lo scrittore è costretto a ottenere le informazioni di cui necessita per corrispondenza, servendosi di amici, colleghi e letterati locali.

Giacomo Bracelli è il suo referente per il Genovesato. Il cancelliere ligure rielabora nuovamente il testo iniziato quasi un trentennio prima e lo fornisce a Flavio Biondo. La descrizione è sintetica ma efficace: il segretario forlivese la inserisce sostanzialmente invariata nella propria opera, data anche la reciproca stima instauratasi fra i due umanisti.

La fortuna dello scritto bracelliano non si esaurisce qui. Nella seconda metà del XVI secolo il filosofo e teologo bolognese Leandro Alberti riprende il lavoro di Flavio Biondo, volgendone la struttura in italiano e ampliandola con numerose citazioni erudite (perlopiù, di autori greci e latini).

Nel 1550 a Bologna dà alle stampe la Descrittione di tutta Italia et isole pertinenti ad essa. Il testo di Giacomo Bracelli è riutilizzato con una certa fedeltà, pur non vedendo esplicitamente riconosciuto il proprio autore (occorre attendere il 1924 per la prima edizione dell’opuscolo bracelliano).

In ogni caso, le opere di Flavio Biondo e di Leandro Alberti hanno un grande peso nel presentare e diffondere fra gli ambienti culturali del Rinascimento l’immagine delle Cinque Terre legata alla qualità dei vini e alla suggestività degli scenari naturali: elementi su cui si radica l’identità di questa zona ligure così com’è percepita ancor oggi.

Alla base c’è l’opera sintetica ma efficace (e, in parte, misconosciuta) del cancelliere Giacomo Bracelli. Il segretario della Repubblica di Genova non è l’artefice delle Cinque Terre ma ha certamente ha contribuito a canonizzarne l’immagine.

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 24 giugno 2022 – Aggiornato al 10 luglio 2022