Monterosso nel XV secolo


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 24 giugno al 6 novembre 2022
A cura di Davide Tansini
“Monterosso nel XV secolo”. A cura di Davide Tansini

L’acquisizione di Genova alla signoria di Filippo Maria Visconti nel 1421 pone fine solo temporaneamente allo stato di conflittualità che caratterizza la Liguria quattrocentesca.

Da un lato, il nuovo dominio sblocca un’intricata situazione che nell’Appennino settentrionale ha ostacolato per diverso tempo i commerci genovesi lungo le rotte terrestri verso la Valpadana e la Svizzera; dall’altro lato, però, non porta la piena stabilità politica di cui necessita una potenza marittima come Genova per operare con efficacia nel Mediterraneo.

Permangono gli insopprimibili contrasti con i tradizionali rivali (in primo luogo i catalani soggetti al casato Aragona e la Repubblica di Venezia) e con la Signoria di Firenze, affacciatasi da qualche anno sul litorale tirrenico.

Lo stesso Filippo Maria Visconti milita nel fronte che si oppone agli Aragona nel loro tentativo di acquisire il trono di Napoli, mentre dal 1422 è in guerra aperta con la Repubblica di Firenze.

A ciò si aggiungono i contrasti personali tra il duca e il governatore di Genova: Francesco Bussone detto il Conte Carmagnola, in carica fra il 1421 e il 1424.

Per ragioni orografiche e viarie il territorio ligure non è di facile controllo. Perciò, il sovrano lombardo vi mantiene numerose guarnigioni con presidi agli ordini di comandanti viscontei.

A Genova sono insediate nelle fortificazioni del Castelletto e del Castellazzo, mentre nel Levante sono attestate a Chiavari, Levanto, Vezzano, Arcola, Trebiano, Tivegna, Lerici e Porto Venere (queste ultime due fino al 1426).

Inoltre, il dux Mediolani controlla diverse roccheforti lungo i versanti padani dell’Appennino ligure e tosco-emiliano: nella Valtrebbia Bobbio (1424-1436), nella Valparma Belvedere (o Rusino, almeno dal 1421), nella Valtaro Belforte (almeno nel 1427) e Berceto (a più riprese fra il 1420 e il 1441).

Grazie a queste posizioni di forza Filippo Maria vuole ridurre il potere dei feudatari stanziati nell’area montana fra Oltregiogo e Lunigiana (soprattutto Fieschi, Malaspina, Pallavicino e Rossi), che hanno raggiunto livelli di particolarismo e radicamento territoriale tali da potersi considerare quasi sovrani indipendenti, difficilmente gestibili dall’autorità ducale.

Una signoria de facto autonoma è quella lunigianese di Tomaso Fregoso, che dà non pochi grattacapi al governo visconteo.

Nonostante l’accordo sottoscritto nel 1421 che gli ha fruttato Sarzana e 300.000 fiorini (oggi sarebbero varie decine di milioni di euro), l’ex doge tenta nel 1425 di recuperare le posizioni perdute appoggiando il re Alfonso V d’Aragona, stipulando un’accomandigia con la Repubblica di Firenze e organizzando la riconquista di Genova manu militari.

Nel 1425 arma una squadra di navi e vi imbarca le sue truppe. La spedizione approda sulla costa genovese, conquistando Moneglia, Portofino e Sestri Levante.

Un esercito 300 cavalieri e 5.000 fanti al comando di Niccolò Terzi, inviato dalla Valpadana a contrastare l’azione del signore di Sarzana, è sconfitto nei pressi di Sestri Levante dai soldati fregosiani, affiancati da quelli fiorentini e aragonesi.

Tuttavia, il successo non è adeguatamente supportato dalla Signoria gigliata, intenta a contenere le armate milanesi nella Toscana orientale.

Nel 1426 e nel 1427 Tomaso Fregoso tenta di introdursi a Genova ma i suoi uomini sono respinti con gravi perdite, nonostante l’ex doge possa sfruttare il malcontento contro i Visconti causato dalla cessione di Lerici e di Porto Venere ad Alfonso d’Aragona, avvenuta nello stesso 1426.

Il dominio aragonese sulle due roccheforti del golfo spezzino è destinato a durare per undici anni: sebbene accordata come temporanea in cambio di Bonifacio e Calvi (per togliere re Alfonso dallo schieramento avverso al duca e a Genova), l’occupazione costituisce un avamposto in Liguria per la marineria catalana (tradizionale avversaria di quella genovese) e per i mercanti fiorentini.

Sul fronte padano, invece, il conflitto vede prevalere Venezia, alleata di Firenze. Con il trattato di Ferrara del 1428 Filippo Maria Visconti si impegna con le due repubbliche a non intromettersi negli affari politici della Toscana.

Questo, però, non gli impedisce di preparare sul versante nord dell’Appennino un nuovo conflitto contro la Signoria gigliata.

Il biennio 1428-1429 vede il sovrano milanese rafforzare le proprie posizioni nella zona della Valtaro, che insieme alla Lunigiana è l’accesso privilegiato alle terre toscane.

Il duca intende sfruttare a proprio vantaggio le ambizioni del suo principale condottiero, l’umbro Niccolò Piccinino, che freme per ottenere maggior prestigio (anche territoriale) nella Valpadana.

Contando sulla momentanea défaillance viscontea, alla fine del 1429 la Repubblica Fiorentina muove guerra contro la ribelle Volterra e contro Lucca, città schierata in precedenza con il Ducato di Milano.

Numerose località lunigianesi che fanno capo alla Res Publica Lucensis sono occupate dalle truppe di Firenze e dei suoi accomandati locali, appartenenti ad alcuni lignaggi dei Malaspina.

Così, il signore lucchese Paolo Guinigi chiede l’aiuto di Filippo Maria Visconti, che nella tarda primavera successiva coglie l’occasione per inviare in Toscana i condottieri Francesco Sforza e Niccolò Piccinino.

Quest’ultimo è mandato nella zona per ridimensionare la presenza dei conti di Pellegrino e dei Fieschi (signori di Borgotaro, Varese e Pontremoli), passati nel fronte opposto a Milano.

Le truppe di Niccolò si impadroniscono delle odierne Pellegrino Parmense, Borgo Val di Taro e Varese Ligure; poi, tentano di conquistare Pontremoli, che resiste però all’assalto.

Il passaggio di Francesco Sforza tra le fila fiorentine e una sollevazione a Lucca (forse, entrambi organizzati dallo stesso duca di Milano) portano alla deposizione e all’arresto di Paolo Guinigi.

Il ripristino del regime repubblicano vede la conferma della lega con Milano e l’avvio di trattative per un’alleanza con Genova, per contrastare Firenze.

Alla fine del 1430 l’armata di Niccolò Piccinino riesce a sconfiggere l’esercito gigliato nella valle del fiume Serchio, guadagnandosi mano libera per agire in Lunigiana contro i presidi fiorentini, fregosiani e malaspiniani.

Le sue truppe occupano Nicola, Carrara, Moneta, Ortonovo, Fivizzano e Pontremoli; Portofino è riconquistata su iniziativa genovese già nel 1430, contemporaneamente a Sestri Levante.

Sconfitta dalle forze viscontee in una battaglia navale sul Po presso Cremona, la Repubblica di Venezia invia una flotta verso la Riviera di Levante.

Alla fine dell’agosto 1431 nelle acque tra Rapallo e San Fruttuoso si scontrano le forze veneziane e genovesi: battute, queste ultime sono costrette a riparare verso Santa Margherita, lasciando ai vincitori campo libero per compiere incursioni lungo il litorale ligure fino al 1432, quando anche Moneglia è sottratta ai Fregoso.

La successiva pace di Ferrara del 1433 ristabilisce un farraginoso status quo tra i contendenti impegnati nel conflitto, vedendo però Firenze e Venezia ridimensionate nel loro prestigio politico e militare a causa degli scarsi successi ottenuti a fronte delle ingenti risorse impiegate.

Un momento cruciale per la storia della Liguria e dell’intera penisola italica arriva nel 1435, alla morte della regina di Napoli Giovanna II d’Angiò-Durazzo.

Nel proprio testamento la sovrana lascia in eredità il regno a Renato, duca d’Angiò. La successione non è però gradita al papa Eugenio IV, che appoggia i diritti avanzati dal re d’Aragona Alfonso di Trastámara.

Il pretendente spagnolo organizza una spedizione navale che include anche le forze dei fratelli Giovanni, re di Navarra, e Pietro.

Il contingente iberico sbarca in Campania, occupando Capua e ponendo sotto assedio Gaeta, soccorsa da alcune navi genovesi al comando di Francesco Spinola.

Sostenitore degli Angiò e avverso agli Aragona, Filippo Maria Visconti ordina alla flotta della Superba di salpare per contrastare l’azione di Alfonso e dei suoi fratelli.

Per motivi non chiari, lo stesso sovrano milanese avvisa in segreto Alfonso dei preparativi contro di lui. Forse, vuole manovrare la situazione per costringere le forze liguri a incappare in una situazione non particolarmente favorevole: per costringerle alla ritirata o a una blanda sconfitta, ridimensionando così il peso delle oligarchie genovesi nei confronti del suo personale dominio.

Nonostante le interferenze di Filippo Maria, il 5 agosto 1435 davanti a Ponza la marineria di Genova coglie uno dei successi più brillanti della propria storia: l’ammiraglio recchese Biagio Assereto e i suoi uomini sconfiggono con diciotto navi le ventisette unità aragonesi. 5.000 prigionieri sono catturati, compresi i due re e numerosi comandanti.

Il bottino è ricchissimo ed è subito condotto nella città della Lanterna, dove si festeggia per tre giorni in un grandioso trionfo.

Il signore di Genova consente la spartizione delle spoglie fra gli equipaggi ma ordina che i prigionieri siano condotti a Milano, indispettendo l’intera popolazione.

Nel capoluogo lombardo Filippo Maria incontra Alfonso e Giovanni d’Aragona, trattandoli con grande magnanimità e riguardo.

Non solo. Contro ogni previsione, Filippo Maria Visconti decide di liberare senza pretendere alcun riscatto i due sovrani e tutti gli altri prigionieri. Inoltre, cambia fronte e aderisce alla causa aragonese, appoggiando le rivendicazioni di Alfonso sul Regno di Napoli.

La svolta ha conseguenze di larghissima portata, rimettendo in corsa una causa ormai avviata al fallimento e sconvolgendo gli assetti politici dell’intera Italia.

Probabilmente, il fatto è determinante anche per la successiva supremazia degli Asburgo nella Penisola fra il XVI e il XVIII secolo (Alfonso è zio di Ferdinando II d’Aragona, nonno dell’imperatore Carlo V d’Asburgo).

Il duca si guadagna così il riavvicinamento con il papa Eugenio IV, priva gli Angiò di un potente alleato e insinua una frattura tra la Repubblica Fiorentina e lo stesso Alfonso.

Di contro, si attira le antipatie dei sudditi genovesi: non solo perché il loro signore si schiera apertamente con i tradizionali rivali catalani (mortificando gli sforzi sulla Superba), ma anche perché sono loro preclusi i diritti sui ricchi riscatti da richiedere per la liberazione dei prigionieri aragonesi. Anzi, si vedono accollare le spese per riportare in Campania i loro ex nemici ora tornati liberi.

Dei mugugni popolari approfittano gli avversari del regime visconteo (Tomaso Fregoso in primis), che organizzano una congiura per occupare la città il giorno di Natale 1435.

La rivolta ha successo e i ducali sono costrette a ritirarsi nelle roccheforti cittadine o fuori dalle mura. Nel resto del Genovesato seguono fatti analoghi.

Il commissario visconteo Opicino Alzati, governatore de facto di Genova, tenta la fuga ma è raggiunto dagli insorti e linciato. I pezzi del suo corpo sono portati in giro per le strade come trofeo.

Per non incorrere nello stesso destino il governatore Erasmo Trivulzio, rifugiatosi nel Castelletto, tratta con i rivoltosi: si accorda per la consegna della fortezza in cambio dell’uscita in sicurezza verso la Lombardia per i suoi uomini e per le loro famiglie.

Evacuate le superstiti forze del presidio, i Genovesi iniziano la demolizione del caposaldo fortificato, particolarmente inviso alla popolazione.

L’abbattimento del Castelletto segna la fine del dominio visconteo e la rinnovata autonomia della Repubblica.

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 24 giugno 2022 – Aggiornato al 10 luglio 2022