Monterosso nel XV secolo


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 24 giugno al 6 novembre 2022
A cura di Davide Tansini
“Monterosso nel XV secolo”. A cura di Davide Tansini

Cacciate le forze viscontee da Genova durante la sollevazione del dicembre 1435, il governo della Repubblica è assunto da otto capitani della Libertà, cui segue un breve dogato di Isnardo Guarco, in carica per meno di una settimana.

Pur propenso a trovare un accordo con Filippo Maria Visconti, il loro partito deve cedere di fronte al vero trionfatore della rivolta: Tomaso Fregoso.

Il signore di Sarzana entra fastosamente in città e, emarginata la fazione moderata, assurge come duxe per la seconda volta nel marzo 1436.

La sua principale preoccupazione è quella di contrastare il revanscismo del duca milanese formando un’insolita alleanza con le rivali Firenze e Venezia.

Il sovrano lombardo vede svanire la speranza di riottenere pacificamente il dominio genovese; d’altra parte, non può permettersi di attaccare Genova militarmente (con il rischio, peraltro, di esporla alle inevitabili distruzioni di un assedio e di un saccheggio).

Previo un congedo solo apparente, dirotta l’esercito del proprio capitano Niccolò Piccinino (già inviato nella Liguria centrale) verso la Lunigiana e l’alta Toscana.

La manovra ha lo scopo di distogliere le forze genovesi dal capoluogo ligure, rompere l’asse tra Genova e Firenze, minacciare il cuore dei domini fregosiani sostenere la Repubblica di Lucca, alleata di Milano in funzione antifiorentina.

Tutto ciò cerca di mantenere il duca formalmente estraneo alle vicende belliche ma gli consente di manovrare ogni cosa da Milano senza perdere l’appoggio del pontefice Eugenio IV, favorevole a una rapida pace con Genova (il papa non gli è più ostile dopo l’inatteso appoggio visconteo alla causa di Alfonso d’Aragona nel 1435).

Facendo base proprio nel territorio lucchese, Niccolò Piccinino attacca alla fine del 1436 le terre lunigianesi di Tomaso Campofregoso, conquistando Castelnuovo, Falcinello e Santo Stefano. Contemporaneamente, le truppe del condottiero e dei suoi alleati si impadroniscono anche di Ameglia, Arcola, Levanto, Vezzano e Trebiano.

All’inizio del 1437 il capitano umbro fa occupare Sarzana, mentre la resistenza dei Fregoso si arrocca nel castello di Sarzanello.

Si trasferisce nella Lucchesia per assediare il castello fiorentino di Barga ma qui è sconfitto dalle truppe di Francesco Sforza, assoldato dalla repubblica gigliata per contrastare le azioni del duca milanese nell’alta Toscana.

Niccolò Piccinino è costretto a cambiare obiettivo: compie così incursioni nel Pisano e minaccia il Pistoiese, per poi spostarsi nuovamente in Lunigiana.

Un attacco veneziano lungo il corso dell’Adda e la necessità di contrastare il fronte avversario a Bologna impone a Filippo Maria Visconti di far rientrare velocemente il proprio condottiero nella Valpadana, lasciando sguarnita la Lucchesia.

L’allontanamento del capitano umbro ribalta le sorti del conflitto, spingendo i sostenitori dei Fregoso e i loro alleati al contrattacco.

Tomaso Fregoso riprende il controllo di Sarzana mentre Francesco Sforza strappa Camaiore, Carrara e Massa alla Res Publica Lucensis, consegnandole alla Signoria fiorentina.

Filattiera insorge e i suoi uomini scacciano i presidi di Villafranca e di Mulazzo, formati da milizie dei Piccinino e dei Malaspina alleati dei Visconti. Anche la roccaforte viscontea di Pontremoli minaccia di ribellarsi.

A questo punto interviene lo stesso Niccolò Piccinino, che ritorna in Lunigiana con la propria armata e si impadronisce di Filattiera. Incoraggiato da Gian Luigi Fieschi, Francesco Sforza occupa Castiglione del Terziere, Licciana e Panigale.

Nonostante le premesse poco incoraggianti, l’escalation militare si arresta e le due armate rientrano nei territori di partenza.

Entro il 1437 Tomaso Fregoso recupera tutte le terre ribellatesi alla Repubblica di Genova, oltre ad Avenza e Moneta (come dominio personale). Riesce anche a impadronirsi delle fortezze aragonesi di Lerici e di Porto Venere.

Sobillata da agenti genovesi e fregosiani, una rivolta sottrae Pietrasanta al controllo lucchese e la consegna alla Superba.

Però, i successi di Tomaso Fregoso (che diventa doge per la terza volta, dopo aver sventato un fulmineo colpo di stato condotto dal fratello Battista) non riescono a pacificare l’area fra Emilia, Toscana e Liguria. Per di più, nella Valpadana prosegue la guerra tra Milano e Venezia.

Al fine di sottrarre Francesco Sforza dal fronte avversario, Filippo Maria Visconti riprende con lui le trattative per le nozze della figlia Bianca Maria. All’offerta nunziale aggiunge la possibilità di un dominio nei territori del ducato milanese.

Acerrimo nemico del condottiero sforzesco, Niccolò Piccinino non sopporta che il rivale sia in lizza per sposare l’erede del dux Mediolani e ottenere una signoria in terra lombarda.

Il capitano umbro dapprima propone suo figlio Carlo quale marito di Bianca Maria, poi domanda a Filippo Maria la concessione di Piacenza e del suo contado a titolo personale.

Niccolò Piccinino vede respinte le proprie richieste e, per di più, nel 1440 subisce una grave sconfitta ad Anghiari contro l’esercito della Repubblica Fiorentina.

Avvertendo una diminuzione del proprio prestigio, il condottiero fa leva sull’annoso desiderio del duca di contenere le autonomie dei grandi feudatari appenninici.

Così, ottiene che nel 1441 Filippo Maria proclami ribelle il marchese emiliano Rolando Pallavicino, amico di Francesco Sforza, e invii lo stesso Niccolò a confiscarne le terre.

Il capitano umbro, già padrone di Albareto, Borgotaro, Castell’Arquato, Compiano, Pellegrino e Varese, si insignorisce di numerosi feudi tra le valli del Taro e dell’Arda: Bargone, Costamezzana, Felegara, Fiorenzuola, Solignano, Tabiano, Varano de’ Melegari e Visiano.

L’ampliamento dei suoi domini attorno alla Valtaro e alla via Francigena aumenta gli attriti con Francesco Sforza che nel 1441, dopo essere nuovamente passato fra gli avversari del duca, riesce a includere il proprio destino matrimoniale nelle trattative per la pace tra Firenze, Genova, Milano e Venezia.

Le nozze tra il capitano sforzesco e Bianca Maria Visconti sono celebrate a Cremona nell’ottobre di quell’anno. Il condottiero ottiene il titolo di conte e una cospicua fortuna portata in dote dalla moglie: Cremona e Pontremoli con i rispettivi territori. A tutto ciò si aggiunge un vantaggioso piazzamento per la successione al trono milanese (Bianca Maria è l’unica figlia del duca).

Con il successivo trattato di Cremona Filippo Maria riconosce l’indipendenza di Genova, legittimando così la supremazia di Tomaso Fregoso e dei suoi partigiani sulla Superba.

Ciononostante, il nepotismo e le grandi spese per il suo sfarzoso stile politico e di vita, nonché il deciso sostegno alla causa degli Angiò contro gli Aragona, allontanano sempre più il doge dai suoi sostenitori.

Nel 1442 Tomaso è deposto e arrestato durante un colpo di stato condotto da Giovan Antonio Fieschi e da Raffaele Adorno, che in breve tempo assume la carica dogale.

Il nuovo duxe deve affrontare la pesante eredità lasciata dal predecessore: soprattutto i rapporti con il Regno di Napoli, dove fra il 1442 e il 1443 Alfonso d’Aragona vince la resistenza del contendente Renato d’Angiò e dei suoi alleati.

Per non perdere un importante mercato come quello dell’Italia meridionale e ritrovarsi contro un avversario ora molto potente, la Repubblica è costretta a firmare un trattato che la impegna a versare un tributo annuo al re spagnolo, senza peraltro riuscire a fermare le incursioni delle navi catalane.

Con quest’accordo Alfonso d’Aragona si pone fra gli avversari di Filippo Maria Visconti, tradendo l’intesa del 1435 successiva alla battaglia di Ponza.

Probabilmente, il sovrano di Napoli intende proporsi come potenziale successore di Filippo Maria Visconti: accorpare i domini aragonesi, napoletani e milanesi sotto una sola sovranità significa nutrire l’aspirazione a uno stato europeo.

La cosa non sfugge al sovrano milanese: pur evitando una guerra aperta, pressa per via diplomatica e militare la Repubblica di Genova, che sconta anche una difficile congiuntura economica e commerciale.

La conflittualità interna all’area ligure si riacutizza, alimentata anche dai contrasti tra le famiglie Fregoso e Fieschi. Questi ultimi, in particolare, fomentano una sollevazione nel Levante, che consegna Porto Venere in mano ai ribelli.

Sollecitate dal duca Filippo Maria, le fazioni fliscane passano nel 1443 dall’aperto contrasto alla Superba a un interessato appoggio alla politica genovese, anche per ridurre l’influenza dei Fregoso, affiancati in questo dai Malaspina.

I signori di Sarzana subiscono l’iniziativa dei loro avversari. Fra il 1444 e il 1455 perdono Carrara, Ameglia (conquistata dalle truppe della Repubblica di Genova) e Villa (presa dal marchese Fioramonte Malaspina di Villafranca).

Ritenendo di poter sferrare un colpo mortale alla signoria sarzanese, Filippo Maria Visconti invia in Lunigiana l’esercito di Francesco Piccinino, figlio di Niccolò: il suo obiettivo è sostenere l’attacco contro i Fregoso e attaccare i domini pontremolesi di Francesco Sforza (che nella Valpadana vede la stessa Cremona minacciata dalle truppe ducali).

Il condottiero umbro conquista Carrara, Avenza, Villafranca e la stessa Sarzana, che il duca gli concede in feudo.

A dispetto delle attese, il partito fregosiano non tracolla. Anzi, l’azione dell’esercito visconteo contro il Cremonese è contrastato dall’intervento della Repubblica di Venezia, che nel 1446 porta la guerra nel cuore dello stato milanese.

Costretto a rientrare velocemente in Lombardia per fronteggiare la Serenissima, Francesco Piccinino vende Sarzana ai precedenti signori per 2.000 fiorini (diverse centinaia di migliaia di euro odierne).

I Fregoso riprendono il controllo del proprio dominio, tranne Villafranca (occupata dal marchese Fioramonte Malaspina) e Carrara (che si consegna al marchese Spinetta Malaspina di Verrucola).

Priva di consistenti protezioni, nel medesimo 1446 la Repubblica di Genova arriva a sottoscrivere un accordo che prevede la dedizione al re di Francia Carlo VII di Valois, contemporaneamente alla conservazione della malagevole alleanza con la Corona aragonese.

All’inizio dell’anno successivo Raffaele Adorno lascia il dogato al cugino Barnaba ma la situazione è ormai compromessa per i cappellazzi moderati.

In pochi giorni Barnaba Adorno è costretto alla fuga, mentre i Fregoso rientrano a Genova.

Ormai sicuro nel proprio dominio di Sarzana, Tomaso lascia che sia il nipote Giano ad assumere la carica dogale.

Il nuovo duxe è agevolato da alcuni importanti cambiamenti: il momentaneo disinteresse di Carlo VII alla questione genovese (il sovrano è impegnato nelle ultime fasi della guerra dei Cent’Anni) e la morte senza eredi di Filippo Maria Visconti.

La scomparsa del duca visconteo distoglie l’attenzione politica dalla Superba e scombina lo scacchiere delle alleanze, mettendo in lizza come pretendenti al trono milanese Alfonso d’Aragona e Francesco Sforza.

Giano cerca l’alleanza con quest’ultimo per slegare la propria patria dall’ingombrante legame con il sovrano spagnolo: finanzia il capitano sforzesco e ne sposa la figlia Drusiana (di trentadue anni più giovane).

L’accordo, peraltro, favorisce un momentaneo riavvicinamento con la Repubblica Fiorentina. Infatti, quello stesso anno la Signoria gigliata entra in guerra contro le forze aragonesi, mentre l’egemone di Firenze, il banchiere Cosimo de’ Medici, è uno tra i principali finanziatori di Francesco Sforza.

L’attenzione del doge si rivolge anche contro gli avversari che anni prima hanno messo in difficoltà la signoria sarzanese.

Ancora nel 1447 il doge di Genova richiede a Spinetta Malaspina di cedere Carrara alla Repubblica di Genova, perché sia consegnata in signoria a Spinetta Fregoso.

Sulle prime il nobile malaspiniano rifiuta ma alla fine si risolve a cedere il territorio carrarese nel 1448. È uno degli ultimi successi politici di Giano, che muore lo stesso anno lasciando la carica dogale e la signoria di Sarzana al fratello Ludovico.

Subito dopo, nel 1449, i Fregoso avviano un’ambiziosa campagna di conquista ai danni dei Malaspina, aggredendo i domini dei marchesi di Lusuolo, Podenzana e Villafranca.

L’azione è appoggiata da Ludovico, organizzata dalla madre Caterina Ordelaffi e condotta da Galeotto Fregoso: porta alle occupazioni di Aulla, Bastia, Giovagallo, Montedivalli, Monti, Podenzana, Ponzano, Riccò, Tresana e Virgoletta. Il castello di Lusuolo, invece, è messo sotto assedio e conquistato l’anno seguente.

Ancor prima dell’attacco, presentendo la mala parata, i marchesi Giacomo e Giovan Giorgio Malaspina di Lusuolo hanno stipulato un’accomandigia con Francesco Sforza.

Grazie ai successi militari riportati nella Valpadana, il condottiero è avviato alla conquista di Milano e si propone come l’uomo forte della politica italiana, pur contrastato dalla Repubblica di Venezia e da Alfonso d’Aragona (ora divenuti suoi nemici).

Il legame non impedisce che quasi tutti i domini dei Malaspina coinvolti nel conflitto cadano nelle mani dei Fregoso: Ludovico finisce per considerare Aulla un feudo personale e Galeotto s’insedia stabilmente nel castello di Virgoletta.

Non producono risultati durevoli neppure i tentativi del marchese di Villafranca Fioramonte di riprendere alcune località del dominio avito.

Il 1450 vede i Malaspina tentare il contrattacco nel cuore della signoria fregosiana, contribuendo a sobillare alcune liti esistenti fra la popolazione di Sarzana e quella di Fosdinovo.

Questi ultimi si uniscono in lega con gli abitanti di Ameglia, Carrara, Castelnuovo, Falcinello, Giucano, Lerici, Massa, Nicola e Ortonovo. I contendenti scendono in armi presso la località sarzanese di Segalara, dove il fronte di Fosdinovo e dei suoi alleati è sconfitto.

La vittoria di Sarzana avvantaggia i Fregoso e impensierisce Francesco Sforza, che nel medesimo 1450 ha conquistato Milano e ne è diventato il nuovo duca.

Ora il sovrano milanese ha bisogno di stabilità politica. Ha firmato una tregua con la Repubblica di Venezia per riorganizzare il proprio stato e le proprie forze: non può permettere turbolenze su un fronte già di per sé complesso come quello ligure e lunigianese.

Tanto più che quell’anno la regione deve sopportare anche un considerevole aumento dei traffici a causa del Giubileo, i cui pellegrini si riversano in massa lungo la via Francigena, diventando veicolo di contagi come la peste e la lebbra.

La situazione cambia radicalmente nello stesso 1450, quando Ludovico Fregoso è deposto dai maggiorenti genovesi.

L’oligarchia cittadina è scontenta. Soprattutto, pesano gli insuccessi nella lotta contro i principali avversari della Superba (soprattutto gli ottomani sul mar Nero, che minacciano Costantinopoli e le colonie genovesi).

A ciò si aggiungono i mugugni circa il governo nepotistico e clientelare della Corsica (monopolizzato dall’entourage fregosiano) e l’eccessivo coinvolgimento delle risorse repubblicane nella campagna contro i Malaspina, considerata un affare familiare dei Fregoso.

La questione del dogato si risolve con la proposta di affidare un quarto mandato all’ex signore di Sarzana Tomaso Fregoso. Questi la declina, favorendo l’elezione di un altro esponente del casato: Pietro, capitano generale della Repubblica.

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 24 giugno 2022 – Aggiornato al 10 luglio 2022