Monterosso nel XV secolo


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 24 giugno al 6 novembre 2022
A cura di Davide Tansini
“Monterosso nel XV secolo”. A cura di Davide Tansini

La Monterosso del XV secolo è situata in un territorio di non facile gestione ed è assillata dalla necessità di soddisfare il proprio fabbisogno alimentare.

Così, la difesa dei propri confini assume i toni (spesso molto accesi) di una lotta per la sopravvivenza.

Le minacce (o avvertite come tali) non sono soltanto le bande di soldataglie o le navi dei pirati, ma anche le comunità limitrofe, coinvolte insieme a quella monterossina nei ripetuti tentativi di sottrarre porzioni di territorio e relativi diritti di sfruttamento.

Le liti riguardano soprattutto la fienicoltura, l’arboricoltura e il pascolo del bestiame, che è espressamente vietato entro i confini di Monterosso a causa della scarsa produttività e della fragilità dei suoli.

La parte meno minacciata è quella del versante rivierasco. La zona è più impervia e i limiti della giurisdizione sono abbastanza netti: perlopiù, sono addossati agli spartiacque montani e collinari.

Il ventre molle è rappresentato dalla porzione di territorio a nord-est del santuario di Soviore: le terre di Albereto e di Martinasca, che digradano dal crinale verso di Pignone.

In questi trecento ettari il clima e la vegetazione sono sensibilmente diversi rispetto alla fascia costiera e permettono alcune coltivazioni impraticabili nei pressi del mare.

Tale vantaggio è importante per la comunità monterossina, che da quelle terre ricava prodotti come le castagne, le ghiande e la legna da ardere.

I problemi giungono quando coltivatori, legnaioli e allevatori del circondario vi si avventurano per praticare le loro attività.

È un’eventualità tutt’altro che rara. Sia pure indirettamente, lo testimonia l’insistenza dei Capitula seu statuta approvati nel 1409, che ribadiscono più volte le multe per chi è colto in contravvenzione nelle terre di Albereto e di Martinasca.

Nel 1482 la comunità decide di far ricorso al vicario della Spezia per dirimere una questione confinaria sorta con Pignone e Levanto.

La vicenda è descritta nel registro Testes examinati ad instantiam hominum Montisrubei. Il testo quattrocentesco è trascritto nel XVIII secolo: per conservare il contenuto delle carte originali o di una loro copia, forse deteriorate o poco leggibili.

A sua volta, il documento proviene dagli atti giudiziari un tempo conservati presso l’ufficio del vicario spezzino. La sezione quattrocentesca di questi incartamenti è andata perduta, a parte alcune filze e alcuni registri degli anni 1416-1417 e 1435-1438.

Il procedimento è piuttosto articolato. «Probare intendit, et fidem facere, quod publica vox, et fama, fuit, et est»: «intende provare e certificare ciò era ed è [noto] per pubblica voce e fama» su tutta una serie di aspetti relativi al canale di Martinasca (detto «Rius de Cazàa») e a Montelungo, espressamente indicati in undici capitoli.

Sono chiamate a testimoniare persone provenienti da Busco, Carnea, Cassana, Chiesanuova, Montale, Pignone e addirittura Tarsogno. Il tutto per risolvere la faccenda e siglare per iscritto l’assegnazione ai monterossini dei diritti sull’area.

La questione, perĂ², non finisce perĂ² qui. Altri tre registri relativi alle contestazioni confinarie sulla zona di Martinasca sono compilati nel 1516, nel 1648 e nel 1711 (forse, il registro con il giudizio vicariale del 1482 è trascritto attorno a questa data).

Evidentemente, la vicenda si trascina per parecchi decenni e l’amministrazione monterossina sente il bisogno di conservare tutti gli atti relativi alla questione.

I documenti non perdono mai il loro valore e un archivio serve proprio per questo scopo: conservarli per preservare la memoria di fatti significativi.

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 24 giugno 2022 – Aggiornato al 10 luglio 2022