Monterosso nel XV secolo


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 24 giugno al 6 novembre 2022
A cura di Davide Tansini
“Monterosso nel XV secolo”. A cura di Davide Tansini

Nato a San Miniato al Tedesco il 23 luglio 1401 da Lucia Terzani, Francesco Sforza è uno dei numerosi figli illegittimi del condottiero romagnolo Giacomo Attendolo.

Trascorre l’infanzia tra Firenze e Ferrara e nel 1412 è inviato dal padre nel Regno di Napoli, dove riceve l’investitura a cavaliere e a conte di Tricarico.

Nel 1418 sposa Polissena Ruffo, che gli porta in dote diverse terre calabresi. La moglie viene a mancare due anni più tardi, poco prima che muoia anche l’unica figlia della coppia: forse, entrambe sono fatte avvelenare da uno zio.

Seguendo il padre, Francesco si pone al servizio di papa Martino V e fino al 1424 combatte nell’Italia centro-meridionale. Qui i fronti di guerra si creano e si modificano con i repentini mutamenti di alleanze che coinvolgono il pontefice romano, il casato d’Aragona e quella d’Angiò.

Abile a destreggiarsi sul campo di battaglia e a cogliere le occasioni, il giovane capitano entra in contatto con la corte di Milano. Nel 1424, poco dopo la morte del padre, è presentato al duca Filippo Maria Visconti da un amico e collega, il condottiero Guido Torelli.

L’anno seguente entra al servizio visconteo: è il periodo in cui il dux Mediolani sta ultimando la riconquista di numerosi territori già soggetti a Gian Galeazzo, primo duca lombardo: una compagine molto vasta (estesa dal Piemonte al Veneto, dal Ticino e dal Trentino all’Umbria e alla Toscana) ma rapidamente disgregatasi alla morte del sovrano milanese.

Al momento dell’ingaggio di Francesco i domini di Filippo Maria hanno raggiunto la loro massima estensione: buona parte della Lombardia, Ticino, Piemonte orientale, Emilia settentrionale, parte della Romagna, oltre alla Repubblica di Genova.

Dal 1423 lo stato milanese è impegnato in una serie di guerre contro molti avversari (primi fra tutti, le repubbliche di Venezia e di Firenze) e Filippo Maria impiega i servigi del condottiero sforzesco su più fronti.

Nel 1426 partecipa alla difesa di Brescia contro l’assedio condotto dalle truppe veneziane e l’anno seguente è fra i pochi capitani viscontei che riescono a evitare la cattura durante la battaglia di Maclodio, dove l’esercito della Serenissima agli ordini di Francesco Bussone (detto Conte Carmagnola) debella quasi completamente l’armata ducale.

Poco dopo Filippo Maria ordina alla compagnia di Francesco di reprimere una rivolta a Genova. La missione fallisce e il duca relega il condottiero a Mortara, lasciandolo senza stipendio per quasi due anni.

Con lo scoppio della guerra di Lucca Francesco trasferisce le proprie truppe nell’Italia centrale, combattendo prima contro gli alleati della Repubblica fiorentina, poi contro il pontefice Eugenio IV.

Durante gli anni ’30 conquista un cospicuo dominio personale nelle Marche: diviene signore di Ascoli, Fabriano, Fano, Fermo, Jesi, Macerata, Osimo, Recanati e Tolentino.

La convivenza tra il capitano e il duca non è facile: il primo è ambizioso, sicuro di sé e brillante mentre il secondo è cupo, lunatico e sospettoso. Sorgono contrasti che sfociano in aperte opposizioni e voltafaccia. Entrambi i contendenti tentano di avvantaggiarsi del fatto che il sovrano non abbia successori: l’unica figlia Bianca Maria, avuta nel 1425 dalla nobildonna Agnese del Maino, è illegittima e, comunque, non può aspirare al trono.

L’ambizione di Francesco diventa il ducato stesso; invece, Filippo Maria cerca di influenzare e manovrare il condottiero ricorrendo a ripetute promesse, allusioni e ripensamenti sul matrimonio della figlia.

Le nozze sono infine celebrate nel 1441. L’unione con Bianca Maria frutta al capitano il titolo di conte, il dominio su Cremona e Pontremoli (portate in dote dalla moglie) e un buon piazzamento per ereditare il trono milanese. In precedenza ha anche ottenuto il privilegio di fregiarsi del cognome visconteo e per tutta la vita si firma Francescosforza Visconti (Franciscus Sfortia Vicecomes nel latino dei documenti ufficiali).

Filippo Maria Visconti muore nell’agosto 1447. Pur avendo garantito sopravvivenza e spazi politici al ducato milanese, il sovrano lascia ai propri sudditi un’eredità onerosa: oltre un ventennio di guerra più o meno guerreggiata, la perdita di numerosi territori, le casse ducali prosciugate dalle campagne militari, nonché la mancanza di chiare indicazioni sulla successione al trono.

La situazione è così esasperata che nei giorni successivi alla morte del duca parecchie città del dominio visconteo si separano da questo consegnandosi alla Serenissima o proclamandosi repubbliche (per esempio Parma).

Anche a Milano se ne costituisce una: l’Aurea Repubblica Ambrosiana, decisa a raccogliere l’eredità politica di Filippo Maria accantonando il passato ducale.

I maggiorenti del nuovo regime propongono a Francesco Sforza di diventarne il capitano generale: vogliono servirsi delle sue capacità militari per proseguire la guerra contro Venezia, tenere sotto controllo la sua ambizione di succedere ai Visconti e nello stesso tempo evitare che i nemici di Milano lo ingaggino.

Lo stato ambrosiano è debole, tuttavia Francesco non ha forze politiche e militari sufficienti per marciare su Milano, debellare la Repubblica e contemporaneamente tenere a bada la Serenissima, che lo contrasta nella Valpadana (peraltro, ha da poco perso tutti i possedimenti marchigiani). Così, accetta il capitanato milanese.

Nel settembre successivo il condottiero inizia una serie di vittoriose operazioni militari che portano al ripiegamento dell’esercito avversario e alla riconquista di vari territori: Pavia (che incamera come dominio personale), Piacenza, Tortona e buona parte della Geradadda.

La serie culmina nel settembre 1448 con la battaglia di Caravaggio, dove le truppe di Francesco riescono a catturare quasi tutta l’armata veneziana operante in Lombardia.

A questo punto la Repubblica Ambrosiana ritiene siano maturi i tempi per trattare la pace: la Serenissima è in difficoltà e il crescente successo di Francesco Sforza può diventare un pericolo per la sicurezza del regime milanese. Le trattative con Venezia sono intavolate in segreto ma Francesco ne viene a conoscenza e decide di battere sul tempo il governo lombardo.

Il trattato di Rivoltella dell’ottobre 1448 sancisce il passaggio di Francesco con lo stato veneziano, che lo incarica di condurre le operazioni contro la Repubblica Ambrosiana.

Il cambio di schieramento non blocca i progressi del condottiero che riesce a conquistare Piacenza, il Varesotto, parte del Milanese, Novara, Lecco, Parma, Vigevano, Alessandria, Tortona e Lodi.

Non li interrompe neppure l’irriducibile ostilità dei condottieri Francesco e Jacopo Piccinino, nemici giurati del capitano sforzesco; non li ferma l’intervento del duca Ludovico di Savoia a favore del regime milanese; neanche il voltafaccia della stessa Repubblica veneziana, che nel settembre 1449 riceve la dedizione di Crema e sigla la pace con lo stato ambrosiano alleandosi con quest’ultimo.

Supportata da pochi e sparuti presidi, stretta dalle truppe avversarie e ridotta alla fame, Milano apre le porte al vincitore nel febbraio 1450.

L’Aurea Repubblica Ambrosiana si dissolve e il successivo 25 marzo Francesco Sforza è proclamato nuovo duca di Milano, in continuità con la dinastia viscontea.

Non tutte le cancellerie italiane sono però disposte a riconoscere il suo dominio: molti governanti lo considerano un signore illegittimo, un parvenu dalle origini esecrabili, comunque una minaccia per l’ordine politico.

Il nuovo sovrano procede alla ricostruzione del proprio stato. I problemi che incontra sono enormi: penuria cronica di denaro, assenza di ufficiali, occupazione di molti territori da parte dei nemici, scarsità di truppe e armamenti.

Ciononostante, il duca riesce ad affrontare le difficoltà, facendo leva sull’alleanza con Cosimo de’ Medici, egemone su Firenze, e sul supporto di numerosi collaboratori (per esempio, il segretario calabrese Francesco Simonetta, detto Cicco).

Dopo due anni di tregua, nel 1452 la Repubblica di Venezia riprende le ostilità contro Francesco Sforza. Agli insuccessi iniziali il duca reagisce ribaltando la situazione e portando la guerra dentro il territorio della Serenissima.

Nel 1453 la caduta di Costantinopoli in mano ottomana mette in allarme la Serenissima, la Superba e papa Niccolò V (il sarzanese Tomaso Parentucelli).

Il protrarsi indefinito di una guerra ormai pluridecennale ha fiaccato la resistenza di tutti i contendenti. Sono maturi i tempi per la fine del conflitto, di cui si fanno artefici lo stesso Francesco e Cosimo de’ Medici.

Nell’aprile 1454, con la pace di Lodi, il condottiero ottiene il suo più grande successo diplomatico: il Regno di Napoli, i ducati di Milano e di Savoia, i marchesati di Mantova e del Monferrato, nonché le repubbliche di Firenze, Genova e Venezia, firmano un trattato che, con la successiva Lega Italica, garantisce un momentaneo equilibrio di potere nella Penisola e un quarantennio di relativa stabilità.

Riconosciuto a livello politico, Francesco prosegue a sistemare il ducato milanese. La ricostruzione del castello di porta Giovia, la prosecuzione dei lavori al Duomo e la costruzione della Ca’ Granda (l’Ospedale Maggiore, oggi sede dell’Università Statale) sono soltanto alcune fra le opere che promuove a Milano.

Non mancano le difficoltà e i periodi di profonda crisi. Per esempio, nel 1462, quando ai problemi di salute del sovrano (alcune voci lo danno per moribondo) si somma una rivolta nel Piacentino capeggiata dalla famiglia Anguissola. Pur repressa, la sollevazione cruccia molto l’ex condottiero.

Nel 1464 la malattia di Cosimo de’ Medici e del sue erede designato Piero lascia il duca di Milano unico arbitro della situazione italiana. Francesco Sforza può così permettersi di superare il sistema di equilibrio da lui stesso creato.

Nel medesimo anno, infatti, sigla un accordo con il re di Francia che lo autorizza a insignorirsi della Repubblica di Genova.

Il dominio sulla Superba gli consente il controllo (diretto o indiretto) di ampie zone della bassa Lunigiana, fra cui i centri amministrativi di Santo Stefano e di Vezzano nonché i capisaldi fortificati della Spezia, di Lerici e di Porto Venere.

L’anno seguente ordisce un complotto per far eliminare a Napoli il genero Jacopo Piccinino: è l’odiato figlio dell’altrettanto odiato Niccolò, marito di sua figlia Drusiana (già consorte del doge di Genova Giano Fregoso) e ultimo esponente della dinastia di condottieri bracceschi che per decenni gli si è ferocemente opposta.

Francesco Sforza muore a Milano l’8 marzo 1466, lasciando il ducato al primogenito Galeazzo Maria.

Il suo corpo è accolto in un sepolcro nel Duomo milanese, a fianco di quello con le spoglie del suocero Filippo Maria Visconti.

Il sarcofago rimane nella cattedrale fino al XVI secolo, quando l’arcivescovo Carlo Borromeo decreta l’eliminazione di molte tombe presenti nell’edificio. I resti del duca sono abbandonati nel Duomo e vanno in seguito perduti.

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 24 giugno 2022 – Aggiornato al 10 luglio 2022