Monterosso nel XV secolo


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 24 giugno al 6 novembre 2022
A cura di Davide Tansini
“Monterosso nel XV secolo”. A cura di Davide Tansini

I Capitula seu statuta approvati nel 1409 menzionano gli animali con cui i monterossini del Quattrocento hanno maggiormente a che fare: buoi, asini, porci, capre, pecore e cani (oltre che i pesci).

Manca il gatto, cui nell’Europa medievale si associa la nomea di creatura demoniaca.

Però, nei Capitula della Monterosso quattrocentesca a essere citati sono soprattutto gli animali che, pur utili agli abitanti, possono causare problemi.

Così, il felino domestico sfugge alle multe inflitte ai proprietari di animali sorpresi a danneggiare i terreni. Si arriva a comminare la confisca dei capi per le infrazioni commesse fra marzo e settembre, mesi cruciali per le coltivazioni monterossine.

Simile durezza si riscontra anche nel caso dei cani, per i guasti da loro prodotti fra agosto e settembre: probabilmente, il motivo risiede nella propensione di alcuni esemplari ad attaccar briga con caprioli e cinghiali, a rovistare nei terreni e a mangiare l’uva matura (con un doppio danno: la distruzione dei grappoli e l’intossicazione degli stessi animali, cui il frutto causa insufficienza renale).

Al centro dell’attenzione sono le attività legate all’orticoltura, alla silvicoltura e alla vitivinicoltura, assi portanti dell’economia nella Monterosso medievale e rinascimentale.

Il bestiame non può essere condotto nei boschi bruciati di recente e, comunque, nel territorio monterossino è vietato l’ingresso alle mandrie e alle greggi, qualunque sia la loro proprietà (di terrigenes o di forenses, cioè indigeni o forestieri).

Un numero elevato di capi sottopone il suolo a un considerevole stress: un terreno delicato come quello delle Cinque Terre deve essere protetto, soprattutto quando si trova in condizioni di particolare fragilità (appunto, durante il periodo di rigenerazione successivo a un incendio).

La norma, però, ha anche un risvolto politico. Tenta infatti di allontanare gli interessi dei feudatari locali (i «tiranni», come sono definiti nel latino dei Capitula), che fondano una parte consistente del loro potere economico sulle tratte delle lane e delle pelli (la Lunigiana tardomedievale e rinascimentale ne è una rinomata produttrice).

Nel territorio di Monterosso è espressamente vietato l’allevamento di animali da carne, eccetto i maiali e quelli destinati al consumo da parte degli residenti.

È invece concessa l’importazione di bestie provenienti da altri territori, condotte nel borgo per essere macellate: possono essere mantenute per un mese, a patto che siano registrate presso il console di Monterosso entro due giorni dal loro arrivo.

Una deroga è prevista per le persone ammalate, che hanno facoltà di tenere una capra per mungerne il latte. L’animale deve essere ben custodito (durante il pascolo tende a razziare gli orti e ad arrampicarsi sui muretti a secco per brucare l’erba tra le fessure, svellendo le pietre dalle loro sedi e danneggiando i manufatti); inoltre, si deve avere a disposizione una buona quantità di legno, presumibilmente rametti e potature.

L’assente più illustre è il cavallo, poco adatto ai terreni e alle attività produttive di Monterosso.

Benché molte razze equine del tardo Medioevo e del Rinascimento siano ben lontane dalle dimensioni e dalla possenza che certi luoghi comuni portano a immaginare, questo quadrupede richiede notevole impegno in termini di foraggio, acqua, cura degli stallaggi e spazio di sgambamento: risorse poco spendibili nel territorio monterossino.

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 24 giugno 2022 – Aggiornato al 10 luglio 2022