Monterosso nel XV secolo


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 24 giugno al 6 novembre 2022
A cura di Davide Tansini
“Monterosso nel XV secolo”. A cura di Davide Tansini

Un vecchio detto vernacolare avverte che «a cuntentà ’n comün gh’è bòn nisün» («nessuno è capace di accontentare un comune», inteso come tutte le persone che lo abitano).

A maggior ragione quando la comunità in questione è piuttosto fiera e gelosa delle proprie prerogative e delle proprie usanze.

Accade in un documento riguardante Bonassola, senza data ma scritto durante il dominio di Francesco Sforza su Genova (quindi, nel triennio 1464-1466).

È la copia di una supplica inviata dai bonassolesi al loro signore in merito alla successione del defunto «preyto Christoforo de Levanto», già titolare del «benefitio de la ecclesia de sancto Petro et sancta Katerina constructa nel loco de Bonazola diocesis Lunensis».

L’elezione del curato spetta «ex inveterata consuetudine» agli abitanti del posto e questi scelgono per l’ufficio vacante Andrea da Levanto, di cinquant’anni o più.

Pur confermata dal vescovo di Luni, la nomina del sacerdote subisce un inatteso inconveniente.

A Roma un altro «preyto», saputo del beneficio vacante, ne ha fatto richiesta presso la curia pontificia e ne ha ottenuto l’assegnazione, scavalcando l’autorità del vescovo locale e dei bonassolesi.

A questi ultimi la decisione è comunicata dal capitano della Spezia, incaricato di far eseguire il provvedimento papale. Indispettita, la popolazione cerca di bloccarlo ricorrendo a Francesco Sforza stesso.

Secondo la spiegazione dei diretti interessati, il motivo dell’azione non dipende solo dall’affronto subito per essere stati decurtati della loro «inveterata consuetudine» ma anche da una circostanza che giudicano poco rassicurante.

Non si conosce il nome del beneficiario nominato da Roma ma si sa che è «zanoveto»: è giovane, sicuramente più di Andrea da Levanto.

Per gli abitanti (quelli maschi, perlomeno) la cosa è preoccupante perché «essendo loro marinarii et […] absentandosi quasi tuti lassando le sue donne al guberno di esso preito» quando escono in barca, debbono contare sui «boni tractamenti», sulla «sollicitudine» e sull’«honestate» del curato.

Con un giro di parole neanche troppo velato, fanno intendere che il sacerdote non debba avere la possibilità di insidiare in loro assenza le donne del luogo.

Il beneficiario nominato da Roma, quindi, non è adatto per l’incarico a causa la giovane età (e il presumibile ardore delle pulsioni carnali), mentre Andrea da Levanto (cinquantenne o più e, forse, già in pace coi sensi) sembra più consono al ruolo che i diffidenti «marinarii» immaginano per il loro parroco.

Oltre che diffidenti, i bonassolesi sono determinati e anche piuttosto sfrontati nella loro supplica (se così la si può chiamare): minacciano di abbandonare la giurisdizione della chiesa locale e di lasciarla «ruinare» nel caso la nomina da Roma non sia bloccata, sollecitando che il capitano della Spezia non si intrometta più nell’elezione del curato.

Non si conosce l’esito della questione ma la chiesa di Bonassola è ancor oggi in piedi. Può darsi che il duca abbia acconsentito alle loro richieste, intervenendo a favore di Andrea da Levanto.

Oppure, che abbia imposto loro la nomina voluta da Roma, facendo insediare il «zanoveto» con buona pace dei «marinarii», lasciandoli alle loro uscite in barca. Magari, un po’ più sospettosi e corrucciati del solito…

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 24 giugno 2022 – Aggiornato al 10 luglio 2022