Monterosso nel XV secolo


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 24 giugno al 6 novembre 2022
A cura di Davide Tansini
“Monterosso nel XV secolo”. A cura di Davide Tansini

Il dogato di Pietro Fregoso inizia nel 1450 in circostanze difficili. Uno dei nodi da affrontare è la necessità di raggiungere e mantenere un equilibrio tra le tante signorie ufficiose o ufficiali instauratesi nei territori della Repubblica di Genova.

Nel Levante ligure l’avversario principale è la consorteria fliscana. Già alla fine dell’anno Portofino e Porto Venere sono controllate da Gian Filippo Fieschi, che avvia una serie di incursioni contro la Riviera.

Non mancano attriti interni alla stessa fazione fregosiana, che pure riesce a far eleggere come arcivescovo di Genova Paolo Fregoso e a ottenere l’appoggio del papa Martino V (il sarzanese Tomaso Parentucelli). L’ex doge Ludovico Fregoso, scacciato a seguito di un colpo di stato, ha occupato la fortezza di Lerici grazie all’azione della moglie Ginevrina Gattilusio.

Si conclude con un nulla di fatto l’impegnativa guerra contro i Del Carretto, marchesi del Finale. Il conflitto è iniziato nel 1447: il doge e i Fregoso hanno tentato di sfruttare l’occasione generatasi con la morte del duca di Milano Filippo Maria Visconti (sostenitore del feudo savonese contro Genova) e con la successiva formazione della Repubblica Ambrosiana nel capoluogo lombardo.

Intenzionato a far rispettare gli accordi di dedizione siglati nel 1446 (che porrebbero la Superba sotto il suo dominio), il re di Francia Carlo VII di Valois interviene a fianco delle forze carrettesche, costringendo l’esercito genovese a ritirarsi.

In questo frangente, anche l’ascesa di Francesco Sforza gioca a sfavore della Dominante. Dopo aver debellato lo stato ambrosiano ed essersi proclamato nuovo duca nel 1450, il sovrano ha bisogno di stabilità per riorganizzare il Ducatus Mediolani. Pur non sostenendo apertamente i Del Carretto, pressa il doge per concludere una rapida pace, stipulata nel 1451.

Proprio confidando nel supporto di Francesco Sforza, Gian Filippo Fieschi tenta di organizzare l’occupazione del capoluogo ligure. Spinto dalla necessità di non sconvolgere il Genovesato (almeno per il momento) e di contrastare in ogni modo i suoi avversari (la Repubblica di Venezia in primis), il duca sigla un trattato di alleanza con la Dominante, frustrando le aspettative fliscane.

Ciò non risolve la conflittualità dell’area. Gian Filippo Fieschi continua a organizzare incursioni contro le basi genovesi. Così facendo, costringe sia il duca di Milano sia la Repubblica Fiorentina a intervenire per persuaderlo a desistere, anche perché nella valle del Po si è riaccesa la guerra tra il fronte sforzesco e quello veneziano.

Il nobile fliscano non demorde e, anzi, nel 1453 riesce a occupare Bonassola, Framura, Levanto e Moneglia, puntando su gran parte della Riviera orientale con il sostegno delle famiglie Adorno e Spinola.

Nella primavera dello stesso 1453 il dogato di Pietro Fregoso è funestato da un evento traumatico per l’economia della Superba: la caduta di Costantinopoli in mano agli ottomani del sultano Maometto II e la fine dell’Impero Romano d’Oriente.

L’avvenimento convence la maggior parte dei contendenti a cercare un accordo per porre fine alle guerre in Italia.

Cosimo de’ Medici e Francesco Sforza diventano gli artefici della pace di Lodi e della Lega Italica. Siglati nella primavera del 1454, i due trattati sono i loro maggiori successi diplomatici: includono la Repubblica di Genova, i marchesati di Mantova e del Monferrato, il Regno di Napoli, il Ducato di Milano e le repubbliche di Firenze e di Venezia (questi ultimi tre stati partecipano anche alla Lega Italica).

Gli accordi stabiliscono un equilibrio di potere interno alla Penisola, che ritrova dopo decenni una relativa tranquillità.

Francesco Sforza si è proposto come arbitro tra la Repubblica di Genova e i Fieschi fin dal 1453 ma, volendo coordinare la pacificazione italiana con quella del Levante ligure, ha traccheggiato nella presentazione dell’accordo.

Così, all’inizio del 1454, prima della pace di Lodi, Gian Filippo Fieschi sigla un patto con il doge Pietro Fregoso, che gli riconosce il titolo di ammiraglio, la podesteria di Levanto e il diritto di scegliere gli ufficiali di Monterosso, Portofino, Recco e Rapallo.

L’egemonia su queste località si aggiunge a un insieme di feudi e signorie che rendono i domini fliscani un vero e proprio stato nell’Appennino settentrionale: Gian Filippo controlla infatti le strategiche roccheforti Borgotaro, Calice, Grondona, Madrignano, Montoggio, Torriglia e Varese, relegando la Repubblica a un dominio nominale esteso a poche roccheforti costiere quali Chiavari e La Spezia.

La supremazia appare evidente in una supplica che la comunità di Monterosso invia nell’autunno 1458 al «dominus Iohannes Philippus de Flisco», qualificato come «Ianuensium admirarius, ipsorum spetialissimus dominus» (ammiraglio dei genovesi e loro signore straordinario): il trattamento che i reverenti monterossini gli riservano (gli si dichiarano «amici») è quello per un capo di stato.

L’accordo sancisce la temporanea spartizione del Levante ligure in due distinte aree d’influenza (quella fliscana a ovest e quella fregosiana a est) ed è la premessa per l’appoggio dei Fieschi a una campagna navale genovese contro Napoli.

Nonostante gli accordi sottoscritti a Lodi, il governo della Superba utilizza una clausola limitativa che gli consente di proseguire la guerra contro la Corona aragonese, confermando la Liguria e le sue signorie come zona politicamente instabile e problematica della Penisola.

La spedizione campana si risolve in un nulla di fatto e, anzi, Gian Filippo Fieschi passa al fianco del re Alfonso lasciando la Repubblica e i Fregoso a sostenere il contrattacco aragonese e dei suoi alleati liguri, che nel dicembre 1455 riescono a penetrare brevemente entro le mura della Compagna Communis.

Nei mesi successivi la città continua a subire le aggressioni fliscani e aragonesi, sia da terra sia da mare, supportate dalle imbarcazioni catalane.

Le azioni si trasformano in un blocco navale attuato nel 1457, che priva Genova dei rifornimenti di grano.

Davanti alla possibilità di una carestia e di rivolte della popolazione, il doge intavola trattative con gli emissari del re Carlo VII di Valois, per concordare una nuova dedizione alla Corona francese.

Il duca di Lorena Giovanni d’Angiò (già pretendente al trono di Napoli) entra in città come governatore nel maggio 1458. Pietro Fregoso giura fedeltà al sovrano transalpino, ricevendo dopo le dimissioni dal dogato una pensione e le fortezze di Novi e Voltaggio.

La dedizione suscita la reazione delle forze aragonesi, che pongono sotto assedio Genova. A scompaginare ulteriormente la situazione sopraggiunge la morte del re Alfonso, che nel giugno 1458 causa scompiglio su entrambi i fronti.

Desiderando ritornare al centro della scena, l’ex doge Pietro Fregoso si ribella al governatore e si allea con Gian Filippo Fieschi. Nel 1459 i due tentano di assaltare il capoluogo ligure ma rimangono uccisi durante i combattimenti.

La scomparsa del rivale spagnolo induce Giovanni d’Angiò a riprendere la lotta per strappare la Corona napoletana agli Aragona.

Lascia quindi il governatorato genovese a Louis de La Vallée e si reca nel Mezzogiorno per condurre una campagna militare, costringendo il successore di Alfonso, Ferdinando di Trastámara (noto anche come don Ferrante) a ritirare l’appoggio aragonese ai fuoriusciti liguri per concentrare le proprie forze nel sud Italia.

Impegnati in contrasti interni alla famiglia, i Fieschi non riescono a sfruttare l’occasione per impadronirsi di Genova, che nel 1461 è occupata dai partigiani della fazione Adorno.

Nel giro di pochi mesi la città della Lanterna è preda di varie rivolte che, in rapida successione, portano al dogato Prospero Adorno, il signore di Carrara Spinetta Fregoso, quello di Sarzana Ludovico Fregoso (per la seconda volta), l’arcivescovo genovese Paolo Fregoso, di nuovo Ludovico e quindi Paolo (anche lui per la seconda volta).

I disordini liguri vanno di pari passo con il declino delle fortune angioine in Italia, con il pretendente francese Giovanni di Lorena sempre più isolato.

Lo stesso Francesco Sforza si è riavvicinato alla fazione aragonese e ha sostenuto la campagna di don Ferrante inviando nel Mezzogiorno le truppe del fratello Alessandro.

Inoltre, nel 1460 ha comprato dai Fregoso Ameglia e il suo porto sito alla bocca del fiume Magra. L’acquisto ha inteso stabilire una presenza sforzesca sul litorale ligure (peraltro, in una zona strategica come la val di Magra).

Il sovrano milanese vuole premere sulle oligarchie genovesi per calmierare le forniture di sale verso la Valpadana: queste sono effettuate in larga parte dai mercanti della Superba attraverso i valichi dell’Oltregiogo, spesso con prezzi e modalità molto svantaggiose per il governo ducale.

Già nel 1461, privato dell’appoggio di Carlo VII (morto nello stesso anno), il duca di Lorena ha abbandonato la Penisola ed è rientrato in Francia, ormai conscio di non potere conseguire la vittoria.

A questo punto Francesco Sforza cerca di chiudere il difficile fronte ligure: la sua salute vacilla e le vicissitudini dell’area appenninica rischiano di minare il suo potere a Milano.

Nel 1462 il duca è dato per moribondo e questa falsa notizia, insieme ai tumulti genovesi, favorisce una rivolta nel Piacentino, capeggiata dalla famiglia Anguissola. Pur repressa, la sollevazione cruccia molto il sovrano lombardo.

Francesco Sforza stipula nel 1463 un accordo con il nuovo re di Francia Luigi XI di Valois, che gli concede la signoria su Genova e Savona.

La Superba deve essere sottomessa manu militari e l’occasione arriva nel 1464, quando la salute di Cosimo de’ Medici si aggrava irrimediabilmente.

Il banchiere fiorentino si è opposto nel passato all’occupazione sforzesca del Genovesato: anche per non espandere l’influenza milanese in Lunigiana e per non essere accusato di favorire gli interessi commerciali lombardi e liguri a scapito di quelli toscani.

Nella primavera dello stesso anno il duca fa affluire attorno a Genova i propri contingenti militari, ottenendo il 23 aprile le dimissioni di Paolo Fregoso e la sottomissione della Superba.

Gli ufficiali sforzeschi rimpiazzano gradualmente quelli nominati in precedenza, pur continuando a risentire delle influenze fliscane e fregosiane.

A Monterosso è nominato come podestà e come scrivano Gotofredo da Palmia. Con tutta probabilità, è parente di un segretario dell’ex signore di Ameglia: questo fiduciario ha organizzato la compravendita della località lunigianese agli Sforza nel 1460.

Francesco Sforza ha potuto permettersi di superare il sistema di equilibro da lui stesso creato dieci anni prima, coronando la propria ambizione di diventare l’arbitro della politica italiana.

L’anno seguente ordisce un complotto per far eliminare a Napoli il genero Jacopo Piccinino: è l’odiato figlio dell’altrettanto odiato Niccolò, marito di sua figlia Drusiana (già vedova del doge genovese Giano Fregoso) e ultimo esponente della dinastia di condottieri bracceschi che per decenni gli si è ferocemente opposta.

Francesco Sforza muore a Milano nel marzo 1466, lasciando il Ducato di Milano e la signoria di Genova al primogenito Galeazzo Maria.

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 24 giugno 2022 – Aggiornato al 10 luglio 2022