Monterosso nel XV secolo


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 24 giugno al 6 novembre 2022
A cura di Davide Tansini
“Monterosso nel XV secolo”. A cura di Davide Tansini

È piuttosto frequente rinvenire menzioni circa la presenza di pirati e corsari quali aspetti caratterizzanti per la storia delle riviere.

In effetti, la loro minaccia influenza significativamente la vita delle popolazioni stanziate lungo la costa, determinando scelte e comportamenti i cui esiti sono giunti fino a oggi.

Per esempio, l’arroccamento di molti abitati su poggi e falesie, oppure la costruzione di torri di guardia e di difesa, oggi divenute parte integranti del paesaggio ligure.

In tutti questi casi l’odierna percezione di predoni e corsari è quasi esclusivamente proiettata verso l’esterno: individui (perlopiù del Mediterraneo meridionale od orientale) che giungono per saccheggiare la Riviera e sequestrare ostaggi.

Nel 1544 Monterosso subisce da parte del corsaro ottomano Turghut (o Dragut) Reis un’incursione che costa alla popolazione molti danni e il rapimento di numerose persone.

Durante il Medioevo, il Rinascimento e l’Età Moderna le attività di pirati e corsari costituiscono un settore piuttosto redditizio: azioni aggressive contro navigli e territori coinvolgono pressoché tutti gli stati affacciati sul Mediterraneo, indipendentemente dalla loro religione ufficiale.

Con minor frequenza si è portati a ricercare gli aggressori tra le forze della Penisola o fra gli abitanti locali, che in varie occasioni possono però attaccare le navi di passaggio per trafugarne il bottino.

Ciò accade soprattutto in caso di guerra o di rivolte, quando razzie e rappresaglie sono indirizzate contro obiettivi di regimi di considerati ostili, sia civili sia militari.

La distinzione fra le due categorie è tutt’altro che netta: molte imbarcazioni da trasporto sono equipaggiate per sostenere scontri armati, mentre signori e repubbliche impiegano abitualmente le proprie navi e quelle dei propri sudditi per operazioni belliche.

Talvolta, queste aggressioni finiscono per generare incidenti diplomatici, come una vicenda che nel 1478 coinvolge la marineria di Levanto.

In una posizione non precisata lungo le coste del Tirreno fra Lazio e Toscana alcuni naviganti levantesi attaccano l’imbarcazione di Antonio di ser Luolo, suddito della Repubblica Fiorentina.

Il toscano sta commerciando da Pisa verso Roma e nell’azione (che avviene presumibilmente in gennaio) è derubato sia del carico sia dello scafo.

La Signoria gigliata non si trova in guerra con la Dominante: dunque, l’azione è ingiustificata, nonostante fra le due repubbliche esistano notevoli attriti.

Dieci anni prima l’ex doge Ludovico Fregoso ha venduto Sarzana alla Repubblica di Firenze. La transazione ha portato sotto il controllo toscano lo strategico capoluogo della bassa Lunigiana.

I più risentiti sono stati l’allora sovrano milanese Galeazzo Maria Sforza e, soprattutto, il governo della Repubblica di Genova, che sarebbe stato de iure l’acquirente esclusivo della signoria sarzanese (nel 1421 i Fregoso si sono impegnati a non venderla ad altri fuorché alla Superba).

La cosa ha generato diffusi malumori che nel corso degli anni si sono sommati a quelli contro il regime degli Sforza, dominatore di Genova e alleato di Firenze.

Dopo la morte del duca Galeazzo Maria, la Superba si è ribellata fra il marzo e l’aprile 1477, sobillata dal capo della casata Fieschi, Ibleto.

La rivolta è stata repressa ma nel Genovesato la situazione è rimasta precaria, con numerose tensioni ancora attive anche contro i Fiorentini, accusati di tramare contro i liguri a fianco degli Sforza.

Forse ingannati da voci di una guerra imminente o contando sulla connivenza delle autorità genovesi, i marinai levantesi compiono contro Antonio di ser Luolo un atto che suscita la dura reazione dal governo fiorentino.

Il 25 gennaio la cancelleria dello stato toscano invia una minacciosa lettera ai genovesi. Non al doge o al consiglio della città: è indirizzata agli abitanti della Superba e del suo dominio, per avvertire tutti quanti.

In latino, la missiva descrive il fatto e afferma che non ci sono questioni in sospeso tra Antonio e i levantesi: anche se ce ne fossero, la Signoria sarebbe disponibile a preparare subito un giudizio in cui la comunità spezzina possa sostenere le proprie ragioni.

Il governo della Signoria gigliata esorta i genovesi far restituire al suddito fiorentino i suoi beni e a rispettare la pace che esiste fra i due stati.

Il testo non arriva a minacciare una guerra, tuttavia è composto in una forma che lascia intendere la determinazione e la forza della repubblica toscana.

Per la redazione del documento è scelto uno stile asciutto e conciso, in un latino scolasticamente perfetto: non aulico o letterario, ma fermo, diretto e intelligibile.

Il cancelliere che ha redatto la missiva deve avere una grande familiarità con questa lingua, che nel XV secolo (e per molto tempo ancora) è alla base della giurisprudenza.

Con un abile sottinteso, senza ricorrere a sguaiate o sanguigne intimidazioni, la lettera fornisce ai destinatari un ulteriore avvertimento. La Signoria fiorentina ha i mezzi e le capacità giuridiche per ottenere ciò che ha chiesto: è consigliabile, quindi, ottemperare.

Del resto, la politica e la diplomazia si servono anche di questi sistemi. Genovese avvisato, mezzo salvato…

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 24 giugno 2022 – Aggiornato al 10 luglio 2022