Monterosso nel XV secolo


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 24 giugno al 6 novembre 2022
A cura di Davide Tansini
“Monterosso nel XV secolo”. A cura di Davide Tansini

Quando si pensa agli alberi presenti alle Cinque Terre, la mente corre ad essenze quali l’olivo, il limone, il fico, il leccio o il pino marittimo.

Fra tardo Medioevo e Rinascimento nell’economia di Monterosso altre due piante hanno un’importanza fondamentale: il cerro (Quercus cerris) e il castagno (Castanea sativa).

Quest’aspetto associa l’abitato spezzino a tutte le comunità che traggono sostentamento (e salvezza, in caso di carestia) proprio dalle risorse che queste due specie arboree possono offrire.

Tipico dei boschi sub mediterranei e poco diffuso nella fascia costiera, il cerro fornisce un legno duro e pesante ma non ricchissimo di tannini e dal profilo piuttosto tortuoso. Non molto adatto come materiale da opera, è largamente utilizzato nell’area appenninica come combustibile.

I Capitula seu statuta approvati nel 1409 impongono severi divieti per il taglio dei vegetali ma consentono ai monterossini di eseguire quattro volte l’anno il taglio dei cerri (che crescono in abbondanza oltre il crinale montuoso verso la val di Vara, nella zona di Albereto e Martinasca).

Quanto al castagno, la raccolta dei frutti è l’attività più evidente e nota ancor’oggi, cui sono da aggiungere l’abbattimento dei fusti (durevoli e resistenti all’umidità, pregiati come legno strutturale), l’apicoltura praticata grazie ai fiori e, nel passato, la produzione dei tannini (indispensabili alla concia delle pelli), oltre a un marginale impiego per usi erboristici.

Crescendo su terreni anche scoscesi e non particolarmente adatti alle colture dei cereali, delle viti e degli ortaggi, il castagneto permette di rendere produttivi siti di difficile gestione come i rilievi collinari.

In aggiunta, la propensione pollonifera dell’essenza (che crea facilmente ceppaie in caso di taglio a raso) permette di praticare il ceduo mantenendo consolidate rive e coste, contrastando i dissesti idrogeologici.

Il tutto senza onerose opere di sistemazione, quali muri di contenimento, canalizzazioni, sistemi di drenaggio o livellamenti che altri tipi di coltivazioni invece richiedono.

Tali qualità non mancano di essere apprezzate dalle antiche comunità appenniniche, che contraccambiano con un’elevata attenzione (quasi simbiotica) al castagno.

I Capitula monterossini ne vietano espressamente l’abbattimento tranne che in situazioni eccezionali (per esempio, il periodico rinnovo dei fusti), da concordare appositamente con le autorità del luogo.

Il numero delle piante o la semplice presenza di un solo esemplare qualifica un terreno, determinandone il valore.

I fondi notarili della sezione di Archivio di Stato di Pontremoli conservano una considerevole quantità di atti rogati nel XV secolo che menzionano l’essenza.

Le compravendite e gli affitti dell’epoca descrivono accuratamente gli appezzamenti in base a queste caratteristiche: se la terra è «castaneata» (cioè, con porzioni di castagneto); se vi si trova una precisa quantità di piante; se una ceppaia funge da confine con un altro lotto (quindi, condivisa con altri proprietari); se è stato effettuato un taglio ma la pianta mantiene un «piede» che in futuro può dare frutto.

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 24 giugno 2022 – Aggiornato al 10 luglio 2022