Monterosso nel XV secolo


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 24 giugno al 6 novembre 2022
A cura di Davide Tansini
“Monterosso nel XV secolo”. A cura di Davide Tansini

La politica e la diplomazia (come molti altri aspetti della vita sociale) impongono talvolta di fare buon viso a cattivo gioco.

Nel marzo 1477, durante la reggenza di Bona di Savoia seguita all’omicidio del duca Galeazzo Maria Sforza, scoppia a Genova una rivolta sobillata dai partigiani della famiglia Fieschi.

Cacciate le forze ducali, il capo del casato Ibleto ottiene il controllo della città e si pone alla testa di un governo provvisorio che cerca di manovrare le numerose sollevazioni innescatesi lungo le riviere.

I disordini sono organizzati da gruppi che lottano per motivi anche molto diversi, cosicché nei medesimi giorni si innescano tumulti organizzati sia dai partigiani fliscani (come alla Spezia) sia da quelli sforzeschi (per esempio a Beverino).

A Levanto la rivolta vede scendere in armi la fazione opposta al casato Bertolotti, di tradizione ghibellina e sostenitore degli Sforza.

Antonio Bertolotti (detto Antonietto) è il custode del castello levantese: vi si asserraglia e rifiuta di cederlo agli avversari.

Una relazione anonima compilata fra il 1475 e il 1478 lo indica come uno dei ventisei esponenti della Riviera di Levante su cui il governo sforzesco può fare affidamento: «in Levanto gh’è pre’ Orlando et Antoniecto suo fratello de Bertolocti, sonno capo di parte, reputati Spinoli [ossia, aggregati agli Spinola], et affectionati grandemente al Stato [sforzesco], et per conservarli et tenerli benivoli è stata concessa la guardia de la forteza de quella terra al dicto Antoniecto, benché la parte adversa ne sia mal contenta, la quale è reputata Fregosa» (cioè, sostenitrice dei Fregoso).

Antonio non desiste dalle sue posizioni. Scrive una lettera al capo del governo provvisorio offrendo di consegnare degli ostaggi (presumibilmente, suoi affini o parenti) piuttosto di lasciare il castello.

Vedendo la risolutezza del levantese, il aprile Ibleto risponde con un’altra lettera all’ostinato capo fazione.

Come impone la cortesia istituzionale, Ibleto Fieschi lo tratta con riguardo, scegliendo per lui l’appellativo di «prudens» (prudente, accorto, esperto) e menzionandolo con il titolo di castellano (che Antonio non ha ufficialmente anche se il fortilizio è sotto il suo controllo).

Sempre con cortesia, inizia la lettera chiamandolo «dilecte noster» (nostro diletto): formula di rito nella corrispondenza dell’epoca ma che qui assume un tono surreale, poiché proprio in quelle ore le due opposte fazioni cui Ibleto e Antonio appartengono si stanno affrontando in sanguinosi scontri armati.

L’ecclesiastico fliscano cerca di convincere il riottoso trincerato: ribadisce che «lo stato vole lo castello suo» e lo ammonisce di «restituire quello che non è» suo.

Anzi, lo incita a farlo appena ricevuta la missiva. Ovviamente, non può esimersi dal ventilare la minaccia nel caso Antonio rifiutasse ma la pone in modo velato: si verrebbe «ad altri remedii».

Come prevedibile, la lettera non sortisce l’effetto desiderato dal mittente e Antonio rimane al sicuro dietro le mura del fortilizio.

A spuntarla, infine, è proprio il capo fazione levantese. Infatti, pochi giorni dopo il governo guidato da Ibleto Fieschi è rovesciato da un’altra sommossa, stavolta fomentata dall’ex doge Prospero Adorno, che conquista Genova proclamandosene governatore in nome del duca Gian Galeazzo Maria Sforza.

A volte gli sforzi non portano al risultato voluto ma usare un po’ di cortesia non guasta mai.

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 24 giugno 2022 – Aggiornato al 10 luglio 2022