Monterosso nel XV secolo


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 24 giugno al 6 novembre 2022
A cura di Davide Tansini
“Monterosso nel XV secolo”. A cura di Davide Tansini

Raccapezzarsi nei periodi di incertezza politica è tutt’altro che facile. In mezzo a guerre, sommosse, lotte per il potere e instabilità la tendenza è quella di associarsi alle personalità più forti o che offrono maggiori probabilità di successo.

Questo per poter salire sul proverbiale carro del vincitore e godere dei relativi vantaggi (quantomeno, per non essere travolti e schiacciati insieme agli sconfitti).

Però, quando le parti in causa sono molte e nessuna ha una netta prevalenza, la questione si complica. Specie se situazioni pregresse o decisioni imposte dall’alto obbligano a scelte di campo rischiose.

Lo sperimenta la comunità di Monterosso nel 1458, durante la grande instabilità che attraversa la Repubblica di Genova fra il sesto e il settimo decennio del XV secolo.

Numerosi contendenti agiscono in quegli anni nel Levante ligure: l’ex doge e signore di Sarzana Ludovico Fregoso, suo cugino Pietro Fregoso (anch’egli ex doge), il re di Napoli e d’Aragona Alfonso di Trastámara, il conte Gian Filippo Fieschi, il duca di Milano Francesco Sforza, la Repubblica Fiorentina (egemonizzata da Cosimo de’ Medici) e il re di Francia Carlo VII di Valois (rappresentato a Genova dal governatore Giovanni d’Angiò, duca di Calabria e pretendente al trono napoletano).

Numerosi sono anche i tentativi di stabilizzare la situazione, con accordi più o meno duraturi e rispettati. Come quello del 1454, in cui Gian Filippo Fieschi e Pietro Fregoso si spartiscono il controllo della Liguria orientale.

Al primo è assegnata la podesteria di Levanto e la nomina degli ufficiali di Monterosso, Portofino, Rapallo e Recco. Il trattato sancisce i confini con la zona influenza fregosiana, attestata a Sarzana (signoria di Ludovico) e nell’estremo Levante ligure (Lerici, La Spezia e Porto Venere sono controllate dal doge).

Monterosso si trova in una condizione particolare: è soggetta allo stato genovese ma nei fatti è sotto il controllo dei Fieschi, sebbene questi non abbiano il titolo né di feudatari né di signori.

Tra il marzo e il maggio 1458, poi, la Superba fa atto di dedizione al re Carlo VII di Francia, in base ad alcuni accordi stipulati dodici anni prima.

Per lasciare il proprio incarico di doge Pietro Fregoso ottiene una buonuscita di 10.000 ducati (pari oggi ad alcuni milioni di euro), mentre suo cugino Ludovico ne ottiene 9.000 insieme alle castellanie di Lerici, Trebbiano, Arcola, Vezzano e Tivegna (con i relativi stipendi).

Il ritardo nella consegna delle somme provoca notevoli tensioni fra Ludovico e il governatore francese Giovanni d’Angiò, sebbene non si arrivi a uno scontro armato.

Il 7 ottobre il rappresentante del re comanda alla popolazione del territorio spezzino soggetto a Genova di prestare giuramento a un suo delegato, per ribadire l’autorità regia a dispetto del signore di Sarzana.

Anche Pietro Fregoso si dichiara insoddisfatto del pagamento ma, a differenza del cugino, si schiera apertamente contro il governatore e gli Angiò, coalizzandosi con Gian Filippo Fieschi e con il re di Napoli Alfonso V d’Aragona.

L’ordine del governatore pone gli abitanti di Monterosso in un equilibrio assai precario: soggiacciono all’egemonia fliscana, debbono dichiararsi fedeli al re di Francia, rischiano di essere coinvolti in una nuova guerra e non possono rinnegare i precedenti legami con Ludovico Fregoso, instauratisi prima della dedizione francese di Genova.

Nei mesi precedenti, durante una temporanea alleanza tra l’ex doge e Giovan Filippo Fieschi, Ludovico ha infatti richiesto ai monterossini alcuni uomini da inviare alla custodia di Portofino.

Nell’autunno 1458 il vicario della Spezia ne precetta loro altri due, perché debbono supportare la guarnigione di Porto Maurizio (oggi parte di Imperia).

Probabilmente, la comunità di Monterosso intuisce il deteriorarsi della situazione politica e le futuribili conseguenze: gli abitanti non possono sottrarsi al giuramento e, d’altra parte, devono fare i conti con l’incombente tutela fliscana.

Così, decidono di inviare tre loro incaricati a Gian Filippo Fieschi per spiegargli la situazione: Corrado di Contardino, Giovanni di Pasquale e Bracino di Bortolotto. I delegati recano anche una lettera di referenze, redatta da Castagnasso di Domenico Rizardi e Giovanni Mangiamarchi.

Non si sa l’esito dell’ambasceria ma deve aver presentato qualche difficoltà, data l’importanza e la delicatezza degli obiettivi: tenere Monterosso fuori da una possibile guerra e, nel contempo, ribadire la fedeltà ai Fieschi, spiegare il giuramento al re di Francia e scagionarsi dalla collaborazione con Ludovico Fregoso.

Non è facile tenere il piede in due scarpe, come recita un noto detto: figurarsi addirittura in tre…

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 24 giugno 2022 – Aggiornato al 10 luglio 2022