Monterosso nel XV secolo


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 24 giugno al 6 novembre 2022
A cura di Davide Tansini
“Monterosso nel XV secolo”. A cura di Davide Tansini

Ludovico Maria Sforza nasce nell’estate 1452 da Bianca Maria Visconti e da Francesco, quarto duca di Milano.

È il quinto figlio della coppia: quarto maschio e secondogenito dopo la conquista del trono milanese da parte del padre.

Fin da piccolo ha una carnagione tutt’altro che chiara. La madre, nel comunicare al marito la nascita del «novo figliolino» scrive che «è il più sozo de tuti gli altri».

Il suo soprannome diviene Maurum o Moro (probabilmente, per l’incarnato e la capigliatura scuri) e lui stesso lo adotta.

Al pari della moglie, Francesco nutre nei suoi riguardi una certa predilezione rispetto agli altri figli.

Come i suoi fratelli, Ludovico Maria riceve un’educazione umanistica adeguata al suo rango e una preparazione nella gestione degli affari politici e amministrativi.

Compie il suo debutto nel 1459, presentandosi con la madre a Mantova durante l’ingresso del pontefice Pio II.

Ha meno di quattordici anni quando il padre muore e il fratello Galeazzo Maria succede al trono milanese, affiancato da Bianca Maria Visconti.

Avviato alle armi fin dal 1464, riceve per testamento i feudi di Mortara, Brescello e Pandino, oltre a una squadra di 100 lance e 600 cavalli come servizio personale.

Non partecipa alle decisioni più delicate ma dimostra intraprendenza nel supportare la politica ducale, svolgendo incarichi a Cremona, Genova, Bologna, Venezia, Roma, Torino, Firenze e in Francia.

Nel 1476 Galeazzo Maria è assassinato a Milano durante una congiura ordita da alcuni membri delle famiglie Lampugnani, Olgiati e Visconti.

L’erede e successore è il suo primogenito Gian Galeazzo Maria, che è però minorenne e non può salire al trono. La vedova Bona di Savoia assume la reggenza dello stato con il sostegno del consigliere Cicco Simonetta, già braccio destro dei due precedenti duchi.

Ludovico il Moro e i suoi fratelli Sforza Maria, Ascanio Maria e Ottaviano Maria si schierano con gli oppositori al governo della cognata e di Cicco, che non riesce a frenare il peggioramento della situazione politica e la scissione di Genova, resasi nuovamente indipendente dopo quattordici anni di signoria sforzesca.

Insieme all’ecclesiastico ligure Ibleto Fieschi, ai condottieri ducali Roberto da Sanseverino e Donato Borri (detto del Conte), i tre figli di Francesco Sforza organizzano nel 1478 un complotto per estromettere il consigliere.

La cospirazione fallisce. Roberto riesce a scappare dal Ducato; Donato e Ibleto sono imprigionati; Ottaviano Maria muore durante la fuga; gli altri due fratelli sono esiliati.

Ludovico il Moro si rifugia presso il re di Napoli, che gli assegna il titolo di duca di Bari e lo sostiene nella riorganizzazione delle sue forze militari.

L’anno seguente si riunisce a Sforza Maria e, insieme, coordinano le loro truppe con quelle di Roberto da Sanseverino, diventato capitano generale della Repubblica di Genova.

I loro attacchi raggiungono la val di Vara, scacciando le milizie dei Landi dai capisaldi di Monte Tanano e di Varese, dove Sforza Maria muore (forse per avvelenamento). I presidi ducali di Borgotaro e Pontremoli sono minacciati dalle forze degli oppositori.

Rimasto solo a capo della lotta contro il regime milanese, Ludovico Maria consegue nello stesso anno un’importante vittoria impadronendosi di Tortona.

Sempre più isolata per il diffuso malcontento verso il governo di Cicco Simonetta, Bona di Savoia fa chiamare il cognato a Milano per trattare una pacificazione.

In pochi giorni Ludovico il Moro ottiene la tutela del nipote Gian Galeazzo Maria, la reggenza dello stato, l’estromissione della duchessa dalla corte, il rientro del fratello Ascanio Maria (confinato a Perugia) e l’arresto di Cicco Simonetta. Posto sotto processo, l’ex consigliere è condannato a morte e giustiziato nel 1480.

Mentre Bona di Savoia è relegata nel castello di Abbiategrasso, il giovane duca è trattenuto a Pavia tra delizie e svaghi continui che lo allontanano dagli affari politici, ora completo appannaggio dello zio.

Divenuto egemone di Milano, il figlio di Francesco Sforza può dare compimento alle proprie ambizioni.

La sua condotta politica mira non solo a mantenere il potere ma anche a far acquisire sempre maggior prestigio al suo dominio e alla sua stessa persona.

Ludovico Maria conserva la tradizionale alleanza con la Repubblica di Firenze e con Lorenzo de’ Medici, per contenere le mire espansionistiche della Serenissima.

Va in questo senso anche il matrimonio celebrato nel 1480 tra lui e Beatrice d’Este, figlia del duca di Ferrara, Modena e Reggio Ercole I e nipote del re di Napoli Ferdinando di Trastámara.

Colta, determinata, amante delle arti, fiera e politicamente avveduta, la sposa aiuta il marito a trasformare la corte di Milano in uno dei maggiori centri culturali e politici d’Europa.

Proprio fra l’ultimo e il penultimo decennio del XV secolo Leonardo di ser Piero da Vinci opera a Milano al servizio degli Sforza, con vari incarichi. Nello stesso periodo è attivo Donato di Angelo di Pascuccio, detto il Bramante.

Ludovico il Moro ha tre figli dalla consorte: Ercole Maria (poi chiamato Ercole Massimiliano o semplicemente Massimiliano), Francesco Maria e un bimbo nato morto.

Numerose sono le sue amanti: fra loro si contano Bernardina de’ Corradis, Cecilia Gallerani e Lucrezia Crivelli (queste ultime due identificate da parte della critica d’arte nei soggetti leonardeschi de La dama con l’ermellino e La belle ferronière).

Le buone relazioni mantenute con il sovrano di Napoli favoriscono la risoluzione di alcune vertenze tra lo stato aragonese e la Repubblica di Firenze, nonché il prestigio del reggente di Milano, che nel 1489 fa sposare Gian Galeazzo Maria con un’altra nipote del re napoletano, Isabella d’Aragona.

Un anno prima, invece, Ludovico il Moro riesce a riportare sotto il dominio sforzesco Genova, ribellatasi ai signori di Milano nel biennio 1477-1478.

Durante la prima metà degli anni ’90 del Quattrocento il figlio prediletto di Francesco Sforza coglie altri due importanti successi.

Nel 1492 Rodrigo Borgia è eletto pontefice con il nome di Alessandro VI grazie all’appoggio determinante del cardinale Ascanio Maria Sforza e della diplomazia milanese.

Il nuovo papa ricompensa il sostegno ricevuto nominando il prelato sforzesco vicecancelliere della curia romana.

Due anni più tardi ottiene che sua nipote Bianca Maria si unisca in matrimonio al re di Germania e futuro imperatore Massimiliano d’Asburgo, legando così la famiglia Sforza a una delle più influenti dinastie nobiliari dell’Europa.

Il 1494 vede la potenza di Ludovico il Moro raggiungere l’apice e, contemporaneamente, iniziare il proprio declino.

Il reggente riesce a rintuzzare i tentativi di Isabella d’Aragona che vorrebbe il marito protagonista della politica ducale, anche per garantire al figlio Francesco Maria un futuro in seno alla corte milanese.

Gian Galeazzo Maria, invece, muore lo stesso anno. Si sospetta un veneficio ordinato dallo zio che, comunque, estromette il pronipote dalla linea di successione ed è acclamato duca di Milano.

La scomparsa del re Ferdinando I, di Lorenzo il Magnifico e la momentanea riduzione del peso politico fiorentino e napoletano nel biennio 1492-1494 offre a Ludovico il Moro l’occasione per sostenere la campagna del re di Francia Carlo VIII di Valois contro il reame aragonese.

Il duca vorrebbe costringere sulla difensiva il Regno di Napoli e la Repubblica gigliata (soprattutto, in Lunigiana): la sua intenzione è favorire la spedizione francese ma senza permetterle di raggiungere la Maremma, per poi costringerla a ritirarsi oltralpe.

I piani sforzeschi vanno però in fumo: l’alta Toscana si ritrova invasa dalle truppe transalpine; la criptosignoria medicea crolla e i Medici stessi sono espulsi da Firenze; gli Aragona debbono scendere a patti con re Carlo.

Ludovico il Moro perde così il sostegno dei suoi due più sicuri alleati e, obtorto collo, aderisce alla lega promossa dalla Repubblica di Venezia nel 1495 per contrastare le mire del sovrano Valois sul sud Italia e forzare la sua armata a valicare nuovamente le Alpi.

Il territorio ducale si ritrova al centro del conflitto durante la ritirata dell’esercito francese, comandata dal milanese Gian Giacomo Trivulzio.

La val di Magra è soggetta alle scorrerie delle milizie invaditrici: Pontremoli è saccheggiata e data alle fiamme dai mercenari svizzeri assoldati da re Carlo; stessa sorte è toccata a Bagnone e Fivizzano l’anno precedente.

Ludovico Maria cerca di destreggiarsi nella complessa situazione che lui stesso ha concorso a creare. Per di più, deve affrontare lo sconforto provocato dalla scomparsa della moglie Beatrice, che muore neppure ventiduenne nel 1497.

Ormai isolato, subisce l’iniziativa di Luigi XII di Valois-Orléans, succeduto nel 1498 a Carlo VIII come re di Francia.

Il nuovo sovrano reclama il Ducatus Mediolani come proprio dominio per via di parentele trecentesche del suo casato con quello visconteo.

Nel 1499 il re francese firma a Blois un accordo con la Repubblica di Venezia per assaltare congiuntamente il ducato lombardo.

Le milizie sforzesche non resistono all’aggressione: l’esercito veneziano occupa il Cremonese e la Geradadda, mentre l’armata transalpina s’impadronisce di Milano e del resto dello stato.

Luigi di Valois-Orléans è proclamato nuovo duca e Ludovico il Moro è costretto a scappare dalle proprie terre per rifugiarsi a Innsbruck presso Massimiliano d’Asburgo e la nipote Bianca Maria.

Confidando sul supporto dei suoi partigiani e su un limitato sostegno fornito dal proprio ospite, il sovrano spodestato fa ritorno in Lombardia all’inizio del 1500 con truppe mercenarie svizzere, forzando gli avversari a ripiegare e a abbandonare la stessa Milano.

La ritrovata fortuna di Ludovico il Moro è breve. Nella primavera del medesimo anno è sconfitto e costretto a riparare dietro le mura di Novara con le milizie elvetiche al suo seguito.

I comandanti francesi consentono ai soldati svizzeri di evacuare incolumi la città. Così, l’ex duca tenta la fuga cercando di mescolarsi tra i mercenari in uscita da Novara. È però tradito da un militare del canton Uri e consegnato all’armata avversaria.

Ludovico il Moro è tradotto prigioniero in Francia: prima nel castello di Pierre-Scize a Lione, poi in quello di Lys-Saint-George, infine nel castello di Loches. Qui rimane fino alla morte, avvenuta il 27 maggio 1508.

La sua salma è sepolta in una tomba oggi non più identificabile (forse a Loches, forse a Tarascona). Nel suo sepolcro costruito all’interno della certosa di Pavia, progettato per accogliere i corpi di Ludovico e della moglie Beatrice, riposano solo le spoglie della consorte.

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 24 giugno 2022 – Aggiornato al 10 luglio 2022