Monterosso nel XV secolo


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 24 giugno al 6 novembre 2022
A cura di Davide Tansini
“Monterosso nel XV secolo”. A cura di Davide Tansini

Nel XV secolo la comunità di Monterosso trae dalla pesca una risorsa importante per il proprio sostentamento.

I Capitula seu statuta approvati nel 1409 le dedicano uno spazio numericamente ridotto rispetto ad altre attività: solo quattro rubriche su ottantatré. Ciò fa del settore ittico quello meno soggetto a bandi e limitazioni.

Soprattutto, il pesce è uno dei pochi prodotti per i quali sia esplicitamente concessa l’esportazione, nonostante i rischi di penuria alimentare che incombono sui monterossini.

Neppure con il vino si arriva a tanto. La sua vendita fuori dall’ambito comunitario (che pure da molti decenni contribuisce a diffondere la fama delle Cinque Terre in Europa) è prevista solo per via implicita: tramite il divieto di miscelare vini locali e forestieri, per evitare frodi che compromettano il buon nome della bevanda (evidentemente, in un mercato esterno a quello di Monterosso).

La pesca è effettuata con «spedoni» (arpioni) e con «retes» (reti, anche grandi: in questo caso «retes magne»). Può essere organizzata in gruppi di lavoro formati da più persone, sotto l’autorità di un «caput» (capo) o «patronus» (padrone, armatore).

È previsto che i pescatori si spostino fuori dal distretto di Monterosso con le loro imbarcazioni. Com’è logico, durante la loro assenza sono esentati dai precetti imposti agli altri abitanti.

Per esempio, il divieto di trattenersi all’esterno del borgo dal tramonto all’alba, il contributo allo spegnimento degli incendi e la presenza alle adunanze del parlamentum: il consiglio della comunità, cui ogni domus (casa, gruppo familiare esteso) del luogo fornisce un delegato.

Come specie catturabili sono menzionate le «sardene». Se interpretato in senso letterale, il termine indica le sardine (Sardina pilchardus) ma potrebbe genericamente riferirsi ad altri clupeiformi come le acciughe (Engraulis encrasicolus) o a pesci di taglia simile che sono soliti riunirsi nei grossi banchi pelagici formati dalle due precedenti specie.

È plausibile che le rese siano in quel periodo piuttosto consistenti. In ogni caso, l’attività è meno problematica dal punto di vista normativo e, probabilmente, genera meno contrasti a livello gestionale rispetto ad altre.

Ciò non significa che pescare e venderne i frutti sia semplice, nella Monterosso quattrocentesca. Tutt’altro.

A parte i rischi del lavoro (specie se effettuato con imbarcazioni, che costringe ad avventurarsi anche lontano dalla costa), non mancano gli inconvenienti.

Per esempio, l’intrusione di coloro che per saggiare qualità e quantità delle prede catturate (o, magari, per rubarle) infilano le mani nelle «corbes» (ceste) dei pescatori.

Se ne occupa un’apposita rubrica dei Capitula, che commina agli invadenti palpatori una multa di dodici denari (oggi sarebbero poche decine di euro).

Una volta sbarcati, i pesci sono venduti nel borgo di Monterosso e nelle vicine località di Fegina e Merlara.

Alle «sardene» è riservata un’attenzione particolare. Sono normalmente trattate all’ingrosso ma in tempo di quaresima (quando il consumo della carne è vietato) debbono essere cedute anche al dettaglio con un prezzo calmierato: a dodici per denaro (oggi corrisponderebbero a pochi euro per dozzina di esemplari).

Quest’informazione testimonia come le «sardene» siano all’epoca considerate un cibo non molto prestigioso (del resto, la rivalutazione culinaria del pesce azzurro è avvenuta solo nel tardo XX secolo).

Considerando anche i numerosi riferimenti dei Capitula alla macellazione di animali terrestri (operata sia beccai professionisti sia da privati), si può intuire che il consumo di carne nella comunità monterossina non abbia un carattere di straordinarietà.

Un altro discrimine per le vendite dei prodotti ittici è dato dalla quantità del pescato: se è modesta o di proporzioni regolari (la valutazione spetta anche agli ufficiali del luogo), tutti gli esemplari debbono essere destinati al consumo locale.

Se le catture sono consistenti è concessa l’esportazione fuori dal territorio, purché metà del prodotto sia riservata ai monterossini: una parte agli abitanti del borgo, il resto a quelli di Fegina e di Merlara per denaro.

L’indicazione lascia intuire che i borghigiani possano praticare forme di baratto mentre Fegina e Merlara, decentrate e più difficili da raggiungere, sono considerate piazze disagiate. Probabilmente, le stesse permute sono meno redditizie: così, i Capitula tutelano i venditori prevedendo una rimunerazione in moneta.

A causa di questi spostamenti ai pescatori è consentito dormire fuori dal borgo ma non alla Merlara nei mesi di luglio, agosto e settembre. La preoccupazione degli statuti va ai possibili danni che i pescatori potrebbero arrecare durante la notte saccheggiando o vandalizzando orti, vigneti, giardini e terreni comuni.

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 24 giugno 2022 – Aggiornato al 10 luglio 2022