Monterosso nel XV secolo


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 24 giugno al 6 novembre 2022
A cura di Davide Tansini
“Monterosso nel XV secolo”. A cura di Davide Tansini

I governanti di ogni epoca storica sanno bene che per far funzionare uno stato occorrono collaboratori che si occupino dei vari aspetti dell’amministrazione.

Dai diplomatici che intessono alleanze e trattati agli ufficiali incaricati di sovrintendere a questioni locali: ognuno di loro rappresenta pro quota l’autorità sovrana ed è parte di un meccanismo che deve incepparsi il meno possibile, pena il dissesto della compagine statale.

È dunque comprensibile l’attenzione delle autorità centrali di fronte a fatti (per quanto piccoli e marginali) che coinvolgono i funzionari e che, se non adeguatamente gestiti, possono ledere il prestigio del governo.

Accade a Monterosso alla fine dell’estate 1465: l’anno successivo alla conquista di Genova da parte del sovrano milanese Francesco Sforza.

In quel periodo le cariche di podestà e di scrivano (le più alte fra gli ufficiali in servizio presso il borgo) sono rette da Gotofredo da Palmia.

Con tutta probabilità, è imparentato con Girolamo da Palmia (o da Palma): già fiduciario del signore di Ameglia Galeazzino Fregoso, nel 1460 è stato incaricato da quest’ultimo di trattare la vendita del dominio amegliese al duca di Milano.

Conclusa la transazione, Girolamo è rimasto in seno all’amministrazione sforzesca: dal 1464 al 1469 come podestà, castellano e scrivano di Arcola, mentre nel periodo 1470-1472 è assegnato alla podesteria di Recco.

Secondo le informazioni pervenute, nell’estate 1465 Gotofredo deve al genovese Nicoloso da Murazzana una certa quantità di denaro. La cifra non è irrisoria, perché il creditore si reca appositamente a Monterosso per cercare di recuperarla.

Il confronto fra i due soggetti degenera: Gotofredo assale Nicoloso, che finisce «batuto molto bestialmente».

La notizia giunge a Milano provocando l’intervento della cancelleria, che non può tollerare un simile comportamento da un proprio ufficiale.

Tramite una missiva datata 8 settembre, Francesco Sforza condanna senza mezzi termini il «molestissimo» contegno di Gotofredo: ne stigmatizza la «tanta presumptione» e gli ordina «espressamente» di estinguere il suo debito.

Il sovrano aggiunge che non è soddisfatto del cumulo di cariche assegnate a Gotofredo (allo stesso tempo podestà e scrivano): è sua intenzione scrivere al capitano della Spezia e commissario della Riviera orientale perché invii a Monterosso un uomo fidato che assuma l’incarico della locale scrivania.

Facile notare, a questo punto, un’incoerenza: lo stesso capitano e commissario è un cumulatore di uffici.

Il corto circuito non si esaurisce qui. Dopo aver mantenuto nella prima parte un tono molto duro e risoluto contro Gotofredo, il testo della missiva passa a una serie di complessi ammonimenti che, sebbene minacciosi, hanno un peso e un’efficacia piuttosto contenuti.

Gotofredo si deve «deportare bene et onestamente», è obbligato a «ministrare rasone et iusticia», è tenuto a fare «cosa grata»: altrimenti, potrebbe essere rimosso dal suo incarico.

Addirittura, lo scrivente arriva a dichiarare che il cumulo della podesteria e della scrivania è «cosa che molto ne dispiace per essere contra ogni bona usanza et bono costume», per la quale «non c’è puncto da pensare bene».

Sono parole sagge: accentrare più incarichi in una sola persona può essere controproducente per la buona pratica amministrativa.

Tuttavia, chi le scrive è la medesima istituzione che ha concesso il cumulo. Di questa contraddizione la cancelleria è ben conscia ma tenta di smarcarsi con un maldestro scaricabarile addosso a Gotofredo stesso: «quando bene noy ti lo concedessimo tu stesso non lo doveresti acceptare per honore tuo».

Se si prendesse alla lettera l’affermazione, tutto dipenderebbe da una questione di cortesia e di buon gusto. La realtà, però, è ben diversa.

Trovare funzionari capaci e affidabili non è semplice: oggi e a maggior ragione nel XV secolo, periodo in cui la disponibilità di risorse umane ha numeri ridotti rispetto a quelli odierni.

Dietro ogni nomina gira un complesso equilibrio di competenze e fedeltà mescolate in misura variabile con parentele, arrivismi, connivenze, nepotismi, interessi di fazione, clientelismi e corruzioni.

Assegnare più incarichi a una sola persona significa rimunerarla maggiormente e rendere più appetibile un ufficio magari disagiato. Tra l’altro, questo riduce il pericolo che il soggetto ricorra a pratiche illecite per rimpinguare i propri introiti.

Giocoforza, le minacce della missiva circa la rimozione dall’incarico non sono molto credibili. Però, neppure impossibili da realizzare ed è plausibile che Gotofredo da Palmia, ricevuta la lettera, decida di cambiare contegno e di trovare qualche appoggio per rientrare nelle grazie del duca.

Lo testimonierebbe un rapporto inviato al sovrano dal già nominato capitano della Spezia e commissario della Riviera orientale, il legum doctor Bartolino Vicini di Pavia.

Il documento è privo di data ma è stato sicuramente prodotto fra il 1464 e il 1466: con tutta probabilità, dopo l’8 settembre 1465.

Bartolino afferma di essere stato inviato dal duca a compiere un’ispezione fra gli ufficiali del territorio affidatogli e di aver incontrato una buona situazione amministrativa.

Guarda caso, tesse le lodi di un podestà in particolare: proprio quello di Monterosso. Le sue parole sono addirittura magnificanti: «egli est ita [così] morigerato et tanto da bene che in Dio vero moriaria [morirebbe]» «et fra le altre soe virtute è grandemente zelatore di lo honore di Vostra Illustrissima Signoria, et persequitatore di tristi [criminali]».

Insomma, se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, si potrebbe commentare dopo lo sperticato quanto sospetto elogio del commissario.

Sospetto è anche lo zelo di Gotofredo nell’assicurare alla giustizia «uno tristo […], ladro publico et di cativa conditione». Il suo nome è ignoto: probabilmente, è un plurirecidivo ricercato che il podestà cattura a Monterosso.

Bartolino afferma che il criminale è impiccato alla Spezia e «a questo talle facto il dicto podestà» non si è risparmiato «in extrema faticha», coronando con grande merito la sua «virtus laudata».

Del resto, tutti i salmi finiscono in gloria. In certi casi, anche con il cappio di una forca.

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 24 giugno 2022 – Aggiornato al 10 luglio 2022