Monterosso nel XV secolo


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 24 giugno al 6 novembre 2022
A cura di Davide Tansini
“Monterosso nel XV secolo”. A cura di Davide Tansini

Come in molti altri periodi storici, nel XV secolo la vita amministrativa di Monterosso è gestita da figure che rappresentano da un lato la popolazione e dall’altro l’autorità sovrana.

Nel primo gruppo sono compresi i consules (consoli), i massarii (massari), i camparii (campari) e i consiliarii (consiglieri) del locale parlamentum: il consiglio della comunità, presieduto da un prior (priore).

Secondo i Capitula seu statuta approvati nel 1409, ogni domus (casa, cioè gruppo familiare esteso) deve fornire un rappresentante per il parlamentum, che si riunisce previo l’annuncio di un banditore e il suono della campana.

Sottrarsi all’adunanza senza una valida giustificazione significa incorrere in una sanzione di due soldi (oggi sarebbero poche decine di euro), mentre allontanarsene senza autorizzazione comporta una multa di cinque soldi.

Un’eccezione è prevista per i consigli deputati a stabilire le quote delle imposte. Comprensibilmente, sono i più ostici e dibattuti, dove ognuno vuole sostenere le proprie ragioni: così, la partecipazione è in questi casi facoltativa (meno si è, meglio si decide…).

Alle riunioni del parlamentum presenzia anche il potestas (podestà), che insieme allo scribanus (scrivano) è nominato con l’approvazione dal governo genovese o dalla signoria che lo controlla.

La designazione deve trovare concordi sia le autorità sovrane sia il locale parlamentum. La prassi intende evitare problemi nell’insediamento, anche se l’individuazione del soggetto spetta de iure alla comunità di Monterosso.

Questa stessa, del resto, paga lo stipendio dell’ufficiale, che all’inizio del proprio mandato giura di rispettare gli statuti locali.

A seguito di un accordo siglato nel 1454 e decaduto entro il 1459, la scelta del podestà e dello scrivano di Monterosso è prerogativa del conte Gian Filippo Fieschi.

Il nobile fliscano gode dello stesso privilegio a Portofino, Rapallo e Recco, mentre egli stesso figura come podestà di Levanto, quindi con il diritto di farsi rappresentare in loco da un vicario.

La figura podestarile assomma alcune funzioni sindacali, prefettizie, di giudice di prima istanza e di questore. I suoi compiti generali consistono nel sovrintendere al buon funzionamento dell’amministrazione locale e di far eseguire gli ordini provenienti dall’autorità sovrana.

Può emettere provvedimenti di carcerazione ed è tenuto a perseguire i criminali (le sentenze di morte sono eseguite alla Spezia, dalla cui vicaria dipende Monterosso).

Inoltre, al podestà spetta una parte delle multe e delle condanne pecuniarie emesse durante il suo mandato. Questi introiti si cumulano allo stipendio derivante dalla sua carica, determinando la rimuneratività di una podesteria rispetto alle altre.

Quelle delle città più grandi fruttano agli interessati cifre annue che oggi sarebbero pari a diverse centinaia di migliaia di euro, generando attorno alle loro nomine complessi giri di clientelismi, corruzioni, nepotismi e rivalità di fazione o di famiglia.

Eletti annualmente, quasi mai i podestà sono scelti fra i nativi del posto, per evitare connivenze con la popolazione o, al contrario, aperte ostilità con partiti e gruppi di potere locali.

Soprattutto per i centri più importanti, gli ufficiali sono individuati tra i membri dei ceti più abbienti o addirittura fra i nobili. I podestà, infatti, intraprendono una carriera che comporta una robusta formazione giuridica: quindi, debbono avere nel loro bagaglio formativo studi in legge che raramente le famiglie meno ricche possono permettersi.

Nel periodo 1463-1464 regge la podesteria di Monterosso il genovese Raphael Buronus (Raffaele Buroni).

Fra il 1464 e il 1469 l’incarico è affidato a Gotofredus de Palmia o de Palma (Gotofredo da Palmia). Con tutta probabilità, è imparentato con Girolamo da Palmia: già fiduciario del signore di Ameglia Galeazzino Fregoso, nel 1460 è incaricato da quest’ultimo di trattare la vendita del dominio amegliese al duca di Milano.

Conclusa la transazione, Girolamo rimane in seno all’amministrazione sforzesca: dal 1464 al 1469 è podestà, castellano e scrivano di Arcola, mentre fra il 1470 e il 1472 è assegnato alla podesteria di Recco.

Dopo Gotofredo è la volta di Iacobus de Cassana (Giacomo Cassana o da Casana), incaricato dell’ufficio monterossino per sedici mesi a partire dal settembre 1469.

Nei Capitula approvati nel 1409 e nella documentazione riguardante i tre ufficiali degli anni ’60 del Quattrocento il podestà non risulta avere un vicario, come accade in altri centri.

Non è nota per il XV secolo l’esatta ubicazione dell’ufficio podestarile di Monterosso. Tradizionalmente, è identificato con una costruzione lungo il lato ovest dell’odierna via Vittorio Emanuele. Una mappa redatta dal cartografo Matteo Vinzoni tra gli anni ’60 e ’70 del XVIII secolo identifica nella stessa posizione la «Casa Pretoria» (altro nome con cui in genere è definita la residenza del podestà).

L’ingresso dell’edificio è dotato di una rampa di scale ed è sormontato da una lapide figurata. Dirimpetto, murata in una parete, è collocata un’epigrafe del 1282 che ricorda la pavimentazione della loggia e la costruzione del banchum presso cui esercita le proprie funzioni il podestà (all’epoca è Anthonius Marionus, Antonio Marioni).

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 24 giugno 2022 – Aggiornato al 10 luglio 2022