Monterosso nel XV secolo


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 24 giugno al 6 novembre 2022
A cura di Davide Tansini
“Monterosso nel XV secolo”. A cura di Davide Tansini

La cronologia politica della Liguria quattrocentesca è una serie di vicende declinate in modo preponderante al maschile: aspetto, questo, che accomuna le terre di Genova a molte altre dell’Italia e dell’Europa, non soltanto nel XV secolo.

La storia, però, non è un semplice elenco di fatti. L’insieme di missive, relazioni, trattati e registri che serve a conoscere gli eventi del passato è pur sempre la visione parziale di un mondo molto più complesso, dove l’elemento femminile (benché spesso bistrattato e misconosciuto) ha un’importanza fondamentale.

Nel Quattrocento non mancano donne che assurgono a ruoli di potere. Per esempio, la regina di Napoli Giovanna II d’Angiò-Durazzo, che gli storici ora esaltano per capacità politica e per spirito patriottico, ora denigrano per vizi e lussurie varie.

Celeberrima è Giovanna d’Arco (o Jeanne d’Arc), vissuta durante la guerra dei Cent’Anni sotto i regni di Carlo VI di Valois e di suo figlio Carlo VII (signori di Genova rispettivamente dal 1398 al 1409 e dal 1458 al 1461). La pucelle d’Orléans finisce sul rogo come eretica nel 1431 ed è santificata dalla chiesa romana nel XX secolo.

Meno nota dell’eroina di Domrémy ma ugualmente tenace e determinata è Caterina Sforza: figlia di Lucrezia Landriani, nipote di Ludovico il Moro e moglie del signore di Imola e di Forlì Girolamo Riario.

Madre protettiva, amante appassionata e infaticabile governatrice, Caterina si guadagna il soprannome di Tigre di Forlì combattendo valorosamente sulle mura della rocca del Ravaldino contro l’esercito di Cesare Borgia e dei suoi alleati francesi.

Le guerriere sono molto gettonate negli elenchi dei personaggi storici femminili, anche perché solleticano parecchio la fantasia e l’ammirazione degli storiografi (donne o uomini che siano).

Così succede per la Visconti moglie del condottiero e signore di Guastalla Guido Torelli (collega e amico di Francesco Sforza). In assenza del marito, la nobildonna si assume nel 1426 il compito di difendere la rocca guastallese contro una truce masnada di soldati veneziani.

Orsina (nomen omen) dà prova del suo valore durante l’assedio della fortezza. Bardata di tutto punto in un’armatura scintillante, incita i suoi guerrieri alla battaglia. Irrefrenabile, si scaglia a cavallo nella mischia e porta alla vittoria le sue schiere, che uccidono 500 nemici, «varj de’ quali» cadono «dal braccio di lei stessa trafitti».

Più che il braccio, il cronista si è forse lasciato prendere la mano. Tanto più che la scena è riproposta in modo molto simile per un fatto che un paio di decenni più tardi coinvolge un’altra Visconti: Bianca Maria, figlia del duca Filippo Maria e moglie di Francesco Sforza.

È il 1448 e il marito le ha affidato il governo di Cremona, di cui è signora consorte. Davanti alle mura, lungo il fiume Po, giunge una flotta veneziana: dalle navi sbarca una forza di armati che minaccia di assaltare la città del Torrazzo.

La reggente non si perde d’animo. Munita di armatura, scende in campo per contrastare il nemico e, come la sua parente Orsina vent’anni prima, esorta le truppe sforzesche alla battaglia.

L’esempio, però, è più utile di mille parole. Bianca Maria afferra una balestra e scaglia un dardo contro un avversario che ha avuto la malaugurata idea di avvicinarsi troppo alla pugnace signora, uccidendolo sul colpo. Come da copione, i cremonesi vincono lo scontro e costringono gli invasori a risalire in tutta fretta sulle navi.

A parte il veneziano stecchito sullo spiaggione del Po, Bianca Maria si rivela una genitrice amorevole, accudendo con generosità e sincero affetto non soltanto i propri figli e nipoti legittimi, ma anche quelli che il marito e il primogenito Galeazzo Maria hanno avuto da relazioni più o meno passeggere.

Francesco Sforza ripone grande fiducia in lei e la considera una capace amministratrice, tanto da affidarle diverse missioni diplomatiche, anche a dispetto delle usanze che non la vorrebbero troppo coinvolta nella politica.

Un esempio accade nel 1452 e riguarda la Repubblica di Genova. Rispondendo al duca di Milano circa una proposta di ambasciata guidata dalla moglie e dal figlio, gli Anziani della città fanno sapere seccati che trattare gli affari di stato «non è cosa né da femene né da puti» (bambini).

Sorvolando sulle moderne pari opportunità, l’affermazione vuole essere deliberatamente offensiva per tutta la famiglia ducale.

In politica, però, le cose tendono a mutare in modo talvolta radicale. Così, la «femena» tanto disprezzata diventa signora di Genova nel 1464 e il «puto» (benché cresciuto) assume il titolo di dominus Ianuae nel 1466.

È proprio a loro due che quell’anno gli stessi Anziani debbono rispettosamente domandare il permesso di esigere dalle podesterie liguri le tasse necessarie a tenere in piedi le mura, il porto e la flotta della Superba. «Tempo guerriere, fortuna che gira», come recita il sipario di una nota trasmissione televisiva.

Molto apprezzate dai rispettivi mariti e figli per le loro abilità sono anche Caterina Ordelaffi e Ginevra (o Ginevrina) Gattilusio.

La prima è la figlia di Antonio, signore di Forlì. è la madre dei dogi di Genova e signori di Sarzana Giano e Ludovico Fregoso, nonché consuocera di Francesco Sforza.

Durante la conquista di Castel Bolognese nel 1422, la nobildonna affianca e supporta il marito Bartolomeo Fregoso, fratello del già dux Ianuae e dominus Sarzanae Tomaso. I coniugi divengono poi signori della località ravennate.

È ancora Caterina a reggere il governo sarzanese in assenza dei figli, quando impegnati nel capoluogo ligure. È sempre lei a coordinare le operazioni della campagna militare avviata dai Fregoso nel 1449 contro i lignaggi malaspiniani di Lusuolo, Podenzana e Villafranca.

Ginevra, invece, discende da una famiglia del patriziato genovese: i Gattilusio, che tra XIV e XV secolo costruiscono le proprie fortune attorno alle colonie e alle maone della Superba nel mar Egeo (come quelle di Lemno, Lesbo e della Samotracia), in bilico fra commerci, guerre di corsa e pirateria.

Il padre di Ginevra è Palamede Gattilusio, dominus della città trace di Enos (oggi Enez, in Turchia), nonché cugino dell’imperatore Giovanni V Paleologo. Lei stessa è signora consorte di Sarzana, avendo sposato Ludovico Fregoso.

Nel 1450, dopo un colpo di stato che ha deposto il marito dalla carica dogale, la nobildonna guida un gruppo armato che s’impadronisce del castello di Lerici, per acquisire una garanzia a tutela dell’incolumità di Ludovico.

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 24 giugno 2022 – Aggiornato al 10 luglio 2022