Pontremoli e il dominio degli Sforza (1441-1500)


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 26 novembre 2021 al 27 marzo 2022
A cura di Davide Tansini
“Pontremoli e il dominio degli Sforza (1441-1500)”. A cura di Davide Tansini

Talvolta capita che i documenti d’archivio raccontino aspetti molto minuti della vita quotidiana: dettagli e sfumature che aiutano a comprendere meglio la realtà dei tempi passati; la fanno sentire più vicina di quanto appaia per cronologia; talvolta, regalano qualche sprazzo di ironia e di ilarità.

Accade in un rogito datato 17 maggio 1419: è redatto dal notaio pontremolese Corradino Belmesseri e riguarda Gian Luigi (o Gian Ludovico) Fieschi.

Conte di Lavagna e consignore di Pontremoli, fra gli anni ’10 e ’20 del XV secolo il nobile ligure elegge la cittadina lunigianese a sua residenza prediletta, organizzandovi una piccola corte feudale.

Si apprende dal documento che in quel periodo l’«illustris et magnificus dominus» è solito, dopo cena, fare una passeggiata insieme al suo entourage.

Quella sera di maggio lo segue un nutrito codazzo di notabili pontremolesi, che Corradino provvede a indicare in rigoroso ordine di rango: lo «spectabilis et egregius dominus» Antonio Fieschi, podestà; «ser» Enreghino Enreghini (o Reghini), suo segretario; «dominus» Grazio Gentili da Tortona, vicario e giudice; quindi, i «nobiles et prudentissimi viri» notai «ser» Franceschino Maracchi, «ser» Agostino del fu Alessandro Alfieri, «ser» Bartolomeo del fu «ser» Pietro Villani e «ser» Bernardo del fu «magnifico» Luchino Camisani; infine, Bonaccorso del fu Antonio Filippi (l’unico senza titoli).

In questa situazione già di per sé alquanto cortigiana, mentre l’aulica comitiva si trova nella piazza inferiore davanti al Palazzo del Comune, irrompe l’arrivo di messo da Genova: Antonio del fu «magnifico» Giovanni Sanmicheli.

Reca al consignore di Pontremoli una comunicazione inviata dal «dominus» cardinale diacono di Sant’Ariano Ludovico Fieschi.

L’alto prelato, capo della casata fliscana, annuncia al parente la pace stipulata tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Genova, capeggiata dal doge Tommaso Fregoso.

Gian Luigi approfitta dell’occasione per una dichiarazione di circostanza: si rallegra della cosa e dichiara che la osserverà facendo cessare ogni offesa contro gli avversari da parte dei suoi sudditi tanto di Pontremoli quanto di Borgotaro.

Poco importa se i suoi progetti sono altri, visto che dopo meno di due anni lo si ritrova schierato con Filippo Maria Visconti contro i Fregoso.

Il commento di Gian Luigi nella piazza di Imoborgo è registrato dal notaio Corradino, chiamato a bella posta per solennizzare l’evento: in quel caso i «nobiles et prudentissimi» colleghi presenti non possono rogitare, poiché nell’atto sono citati come testimoni.

Puntiglioso e reverente, nel latino del suo documento Corradino si mantiene nei limiti dell’uso corrente, finché straborda definendo Gian Luigi Fieschi, oltre che con il legittimo titolo di conte di Lavagna, anche con quello di «Rex Pontremuli».

L’uso della qualifica regia per indicare il signore di un feudo come quello pontremolese (peraltro, tenuto in condominio) è di stampo piuttosto arcaico e fuorviante già per l’epoca.

Forse, Corradino incappa in una maldestra piaggeria cortigiana; oppure, in un conato di patriottismo velleitario; si potrebbe anche sperare in uno slancio di magnanima gioia per la fine di un conflitto.

In ogni caso, il capo è sempre il capo: tanto per rimanere al latino, «melius abundare quam deficere»…

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 26 novembre 2021 – Aggiornato al 27 dicembre 2021