Pontremoli e il dominio degli Sforza (1441-1500)


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 26 novembre 2021 al 27 marzo 2022
A cura di Davide Tansini
“Pontremoli e il dominio degli Sforza (1441-1500)”. A cura di Davide Tansini

La Lunigiana è tradizionalmente un terra d’emigrazione: in modo piĆ¹ o meno consistente, secondo i periodi storici.

Anche nel corso del XV secolo diverse persone originarie di Pontremoli decidono di lasciare la loro terra natia e di risiedere altrove.

Come accade in qualsiasi agglomerato umano di ogni epoca, capita che le azioni di alcuni individui non siano sempre brillanti.

Accade nel 1451 a due pontremolesi trasferitisi a Sesto Cremonese (anch’esso dominio sforzesco dal 1441), coinvolti su fronti opposti nella disputa per la titolarità della locale parrocchia.

Bertolino Beccalli, canonico regolare insediatosi là da qualche tempo, fa inviare una supplica a Francesco Sforza per essere mantenuto nel beneficio.

La richiesta loda il presunto comportamento del religioso: già prevosto di San Cataldo a Cremona, sarebbe in servizio a Sesto da ben trentaquattro anni, attivo nel migliorare la chiesa e, addirittura, collettore dell’entusiasmo popolare per la sua opera. Il documento è sottoscritto da tre abitanti del luogo, fra cui compare Pellegrino da Pontremoli.

Dando credito alla petizione, l’entourage sforzesco la trasmette all’episcopio cremonese perché ne tenga conto.

Insorgono a questo punto sia il vescovo Venturino de’ Marni sia gran parte della comunità sestese. Piuttosto indignato, il prelato informa Francesco Sforza che la supplica pervenutagli è «piena de bosie».

Bertolino non ricopre la carica da tutto quel tempo perché nella dozzina d’anni precedenti a Sesto si sono avvicendati altri due parroci e ora ve n’è un altro, Pietro Spagnoli: lui sì è «homo vituoso» e valido per gli incarichi pastorali.

Bertolino è stato prevosto di San Cataldo ma vi ha rinunciato, pur continuando a percepirne la rendita di venti ducati d’oro annui (oggi sarebbero qualche migliaio di euro).

Non si sa come sia riuscito a insediarsi a Sesto, perché non ha alcun titolarità su quella parrocchia. Però, ne ha goduto i proventi, che di certo non ha investito nel migliorare la chiesa, lasciata alla rovina.

Anche per questo la gente del posto è tutt’altro che entusiasta di lui. Soltanto tre o quattro persone paiono sostenerlo: appunto, i firmatari della supplica.

A corroborare le parole del vescovo la lettera reca in calce la sottoscrizione del console di Sesto e di altri ventun uomini del posto. Fra questi compare un altro lunigianese: Ottolino detto il Nero da Pontremoli.

Un non meglio identificato Antonio da Pontremoli, sarto, nell’ottobre 1452 rientra da Firenze lasciandosi dietro un debito di ventisei ducati (oggi sarebbero diverse migliaia di euro) per l’affitto non versato di un deposito: Francesco Sforza ordina al commissario pontremolese di catturarlo e di costringerlo a pagare il suo creditore, Ugolino di Gnigni.

La prossimità con i territori controllati dalla Repubblica Fiorentina e l’interesse di quest’ultima verso la val di Magra fanno sì che alcuni pontremolesi si mettano al servizio dello stato gigliato.

Per esempio, Andrea Coppinelli da Pontremoli, residente nel castello di Ripafratta, è segnalato come cavallaro fra il 1444 e il 1445: cioè, recapita documenti e dispacci per conto del Comune di Firenze.

Andrea è bandito da Lucca per non aver saldato i debiti contratti con alcuni creditori. Per poter rientrare in città e sanare nel giro di tre mesi le pendenze è costretto a ricorrere alla garanzia dello stesso governo fiorentino e, addirittura, a offrire due suoi nipoti come ostaggi.

Ancor meno limpida è la situazione di Lorenzo da Pontremoli, residente nelle terre senesi e sospettato di voler truffare Nanni di Narduccio di Poggibonsi, cui nel 1437 vende un bue.

Otto anni dopo la transazione il lunigianese chiede nuovamente i soldi del pagamento all’acquirente.

La questione finisce davanti al competente podestà fiorentino, che condanna Nanni: questi non ricorda i nomi dei testimoni davanti ai quali ha effettuato il versamento e, quindi, non può produrli a suo favore.

Trascorso un po’ di tempo, gli ritorna alla mente la loro identità e presenta ricorso a Firenze.

In attesa della sentenza di appello, la Signoria informa della vicenda la Repubblica di Siena perché nel territorio senese Lorenzo ha denunciato e ha fatto incarcerare un socio di Nanni, Signano.

La causa riguarda di nuovo un mancato pagamento per la vendita di un bue: il sospetto è che l’azione intentata da Lorenzo sia truffaldina anche in questo caso.

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 26 novembre 2021 – Aggiornato al 27 dicembre 2021