Pontremoli e il dominio degli Sforza (1441-1500)


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 26 novembre 2021 al 27 marzo 2022
A cura di Davide Tansini
“Pontremoli e il dominio degli Sforza (1441-1500)”. A cura di Davide Tansini

La storia dei trattati, delle battaglie e degli intrighi si intreccia continuamente con quella minuta, fatta delle piccole vicende più o meno ordinarie che la vita presenta ogni giorno.

Pontremoli non fa eccezione. I suoi abitanti del XV secolo sono persone le cui esistenze attraversano minuto per minuto le stesse esperienze che ciascun essere umano può provare: preoccupazioni, gioie, fatiche, dolori, litigi, preghiere, paure, sorrisi, pianti, soddisfazioni.

Nel corso inarrestabile degli anni quasi tutto finisce per scomparire insieme alle persone che lo hanno vissuto, trascinato nell’oblio del tempo.

Capita qualche volta che i documenti riescano a fermare istanti di questo divenire, aprendo pertugi attraverso cui si può intravvedere la vita di secoli prima.

È il caso di un documento redatto il 20 maggio 1436 dal notaio pontremolese Corradino Belmesseri.

In questo rogito Antonio del fu Benedino del Canale, di Vignola, padre di Giovanni, dona all’ospedale di san Lazzaro un fondo agricolo con vigne e olivi nelle vicinanze di Vignola stessa, per provvedere al mantenimento del nipote Luca, di dieci anni, ed eventualmente di suo fratello Agostino, entrambi figli di Giovanni.

Quest’ultimo è da tempo ricoverato nell’ospedale pontremolese perché affetto dal «morbo di San Lazzaro»: cioè, dalla lebbra.

Anche Luca ha contratto la stessa malattia e si teme che pure ad Agostino tocchi la medesima sorte.

Così, nel consegnare il terreno all’amministratore dell’ospedale Filippo del fu Guglielmo Galbiati, Antonio vuole che l’accordo includa anche il secondo nipote: sia anch’egli ospitato nel ricovero se si ammalerà; se risulterà sano, riceva la somma di dieci fiorini (oggi sarebbero pari a qualche migliaio di euro).

A distanza di quasi sei secoli le parole vergate dal notaio lasciano ancora trasparire la premurosa pietà del nonno che, dopo il trauma affettivo, economico e sociale causato dall’arrivo della lebbra nella sua famiglia, ripone l’unica speranza nel nipote Agostino.

Per Luca (e, implicitamente, per il padre Giovanni) c’è solo la rassegnata consapevolezza dell’unico destino allora possibile: avere vitto e alloggio nell’ospedale, fino alla morte, e salvare l’anima.

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 26 novembre 2021 – Aggiornato al 27 dicembre 2021