Pontremoli e il dominio degli Sforza (1441-1500)


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 26 novembre 2021 al 27 marzo 2022
A cura di Davide Tansini
“Pontremoli e il dominio degli Sforza (1441-1500)”. A cura di Davide Tansini

Filippo Maria Visconti muore nell’agosto 1447. Pur avendo garantito sopravvivenza e spazi politici al Ducato milanese, il sovrano lascia ai propri sudditi un’eredità onerosa: oltre un ventennio di guerra più o meno guerreggiata, la perdita di numerosi territori, le casse ducali prosciugate dalle campagne militari, nonché la mancanza di chiare indicazioni sulla successione al trono.

La situazione è così esasperata che nei giorni immediatamente successivi alla morte del duca parecchie città del dominio visconteo si separano da questo consegnandosi alla Signoria di Venezia o proclamandosi repubbliche (come Parma).

Anche a Milano se ne costituisce una: l’Aurea Repubblica Ambrosiana, decisa a raccogliere l’eredità politica di Filippo Maria accantonando il passato ducale.

I maggiorenti del nuovo regime propongono a Francesco Sforza di diventarne il capitano generale: vogliono servirsi delle sue capacità militari per proseguire la guerra contro Venezia, tenere sotto controllo la sua ambizione di succedere ai Visconti e nello stesso tempo evitare che i nemici di Milano lo ingaggino.

Lo stato ambrosiano è debole, tuttavia Francesco non ha forze politiche e militari sufficienti per marciare su Milano, debellare la Repubblica e contemporaneamente tenere a bada la Serenissima, che lo contrasta nella Valpadana. Così, accetta il capitanato milanese.

Nel settembre successivo il condottiero inizia una serie di vittoriose operazioni militari che portano al ripiegamento dell’esercito avversario e alla riconquista di vari territori: Pavia (che incamera come dominio personale), Piacenza, Tortona e buona parte della Geradadda.

La serie culmina nel settembre 1448 con la battaglia di Caravaggio, dove le truppe di Francesco riescono a catturare quasi tutta l’armata veneziana operante in Lombardia.

A questo punto la Repubblica Ambrosiana ritiene siano maturi i tempi per trattare la pace: la Serenissima è in difficoltà e il crescente successo di Francesco Sforza può diventare un pericolo per la sicurezza del regime milanese. Le trattative con Venezia sono intavolate in segreto ma Francesco ne viene a conoscenza e decide di battere sul tempo il governo lombardo.

Il trattato di Rivoltella dell’ottobre 1448 sancisce il passaggio di Francesco alla Signoria di Venezia, che lo incarica di condurre le operazioni contro la Repubblica Ambrosiana.

Il cambio di schieramento non blocca i progressi del condottiero che riesce a conquistare Piacenza, il Varesotto, parte del Milanese, Novara, Lecco, Parma, Vigevano, Alessandria, Tortona, Lodi.

Non li interrompe neppure l’irriducibile ostilità dei condottieri Piccinino, nemici giurati del condottiero sforzesco; l’intervento del duca Ludovico di Savoia a favore del regime milanese; neanche il voltafaccia della stessa Repubblica veneziana, che nel settembre 1449 riceve la dedizione di Crema e sigla la pace con lo stato ambrosiano contro il condottiero.

Supportata da pochi e sparuti presidi, stretta dalle truppe sforzesche e ridotta alla fame, Milano apre le porte al capitano sforzesco nel febbraio 1450: l’Aurea Repubblica Ambrosiana si dissolve.

Il successivo 25 marzo Francesco Sforza è proclamato nuovo duca di Milano, in continuità con la dinastia viscontea.

Non tutte le cancellerie italiane sono però disposte a riconoscere il suo dominio: molti governanti lo considerano un signore illegittimo, un parvenu dalle origini esecrabili, comunque una minaccia per l’ordine politico.

Il nuovo sovrano procede alla ricostruzione del proprio stato. I problemi che incontra sono enormi: penuria cronica di denaro, assenza di ufficiali, occupazione di molti territori da parte degli avversari, scarsità di truppe e armamenti.

Ciononostante, il duca riesce ad affrontare le difficoltà, facendo leva sull’alleanza con Cosimo de’ Medici, signore de facto di Firenze, e sul supporto di numerosi collaboratori: per esempio, il segretario calabrese Francesco Simonetta (detto Cicco), suo braccio destro, e l’ambasciatore pontremolese Nicodemo Tranchedini.

Dopo due anni di tregua, nel 1452 la Repubblica di Venezia riprende le ostilità contro Francesco Sforza. Agli insuccessi iniziali il duca reagisce ribaltando la situazione e portando la guerra dentro al territorio della Serenissima.

Nel 1453 la caduta di Bisanzio in mano ottomana mette in allarme la Serenissima e papa Niccolò V (il sarzanese Tomaso Parentucelli), mentre il protrarsi indefinito di una guerra ormai pluridecennale ha fiaccato la resistenza di tutti i contendenti.

Sono maturi i tempi per la fine del conflitto, di cui si fanno artefici lo stesso Francesco e Cosimo de’ Medici. Nell’aprile 1454, con la pace di Lodi, il condottiero ottiene il suo più grande successo diplomatico: il Regno di Napoli, i ducati di Milano e di Savoia, i marchesati di Mantova e del Monferrato, nonché le repubbliche di Firenze, Genova e Venezia, firmano un trattato che, con la successiva Lega Italica, garantisce l’equilibrio di potere nella Penisola e un quarantennio di relativa stabilità.

Riconosciuto a livello politico, Francesco prosegue a sistemare il Ducato milanese: la ricostruzione del castello di porta Giovia, la prosecuzione dei lavori al Duomo e la costruzione della Ca’ Granda (ospedale Maggiore) sono soltanto alcune fra le opere che promuove a Milano.

Non mancano le difficoltà e i periodi di profonda crisi. Per esempio, nel 1462, quando ai problemi di salute del sovrano (alcune voci lo danno per moribondo) si somma una rivolta nel Piacentino capeggiata dalla famiglia Anguissola: pur repressa, la sollevazione cruccia molto l’ex condottiero.

Nel 1464 la scomparsa di Cosimo de’ Medici lascia il duca di Milano unico arbitro della situazione italiana. Francesco Sforza può così permettersi di superare il sistema di equilibrio da lui stesso creato.

Nel medesimo anno, infatti, sigla un accordo con il re di Francia che gli consente di ottenere la signoria sulla Repubblica di Genova.

Dopo l’acquisto di Ameglia e del suo porto nel 1460, il dominio sulla Compagna Communis gli consente il controllo (diretto o indiretto) di ampie zone della bassa Lunigiana, fra cui i centri amministrativi di Santo Stefano di Magra e di Vezzano Ligure e dei capisaldi fortificati della Spezia, di Lerici e di Porto Venere.

L’anno seguente ordisce un complotto per far eliminare a Napoli il genero Jacopo Piccinino: è l’odiato figlio dell’altrettanto odiato Niccolò, marito di sua figlia Drusiana e ultimo esponente della dinastia di condottieri bracceschi che per decenni gli si è ferocemente opposta.

Francesco Sforza muore a Milano l’8 marzo 1466, lasciando il ducato al primogenito Galeazzo Maria.

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 26 novembre 2021 – Aggiornato al 27 dicembre 2021