Pontremoli e il dominio degli Sforza (1441-1500)


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 26 novembre 2021 al 27 marzo 2022
A cura di Davide Tansini
“Pontremoli e il dominio degli Sforza (1441-1500)”. A cura di Davide Tansini

Nel settembre 1450 le truppe del marchese di Fosdinovo Giacomo Malaspina aggrediscono i domini del vicino marchesato di Verrucola, retto da un altro membro del casato malaspiniano: Spinetta, zio dello stesso Giacomo.

L’azione militare costringe Spinetta a fuggire nel Reggiano mentre il suo feudo è occupato nel giro di pochi giorni.

L’episodio s’inserisce in una serie di vicende che nel 1450 rendono molto problematica la situazione in Lunigiana e nei suoi dintorni.

Infatti, nella bassa e media val di Magra è in corso dall’anno precedente un conflitto che oppone i Malaspina di Lusuolo, Podenzana e Villafranca ai Fregoso di Sarzana, supportati dalla Repubblica genovese.

Quasi tutti i feudi dei tre lignaggi malaspiniani sono conquistati e la cosa complica le relazioni tra Genova e Milano, poiché Francesco Sforza ha un’accomandigia con i Malaspina.

Per riguadagnare posizioni questi ultimi cercano di sobillare contro i Sarzanesi varie comunità della bassa Lunigiana: Ameglia, Carrara, Castelnuovo Magra, Falcinello, Fosdinovo, Giucano, Lerici, Massa, Nicola e Ortonovo. I contendenti scendono in armi nella battaglia di Segalara, vicino a Sarzana, dove i sudditi dei Fregoso escono vincitori.

In seguito, nello stesso casato fregosiano si aprono delle fratture, con la deposizione di Ludovico dalla carica di doge di Genova, sostituito da un altro esponente del casato, Pietro.

Inoltre, alcune terre della Garfagnana soggette alla signoria estense di Ferrara si sollevano e si consegnano alla Repubblica lucchese. L’invio di contingenti armati sia dall’Emilia sia da Lucca aumenta il rischio di una guerra tra i due stati.

A tutto ciò si aggiungono le difficoltà del Giubileo indetto nel 1450, che porta attraverso la Lunigiana un consistente numero di pellegrini da e per Roma, con conseguenti problemi circa la diffusione della peste e il controllo dell’ordine.

La situazione è dannosa per la stabilità dell’area. Così, la Repubblica Fiorentina invia in sequenza tre commissari per pacificare le parti in causa nelle faccende garfagnine e lunigianesi: Giuliano Ridolfi, Carlo Pandolfini e Niccolò Giugni.

Alla Signoria premono soprattutto le questioni tra i due Malaspina. La loro vertenza è piuttosto seccante per lo stato gigliato: entrambi sono suoi accomandati e Giacomo, inoltre, governa Massa e Castiglione del Terziere per conto di Firenze.

Il marchese di Fosdinovo è ondivago e traccheggia, perciò il governo fiorentino si risolve a finanziare una spedizione militare nella val di Magra con lo scopo di ristabilire Spinetta a capo dei suoi domini.

Per condurre l’intervento militare, caldeggiato dalla famiglia Medici, è scelto Alessandro Sforza: signore di Pesaro e fratello del duca milanese, coadiuva quest’ultimo come governatore di Parma.

Nel territorio parmense sono dislocate le truppe della sua compagnia, che nell’autunno 1450 sono riunite e inviate oltre l’Appennino per la via di Pontremoli.

Il viaggio, però, si rivela infausto per le popolazioni residenti lungo la via Francigena.

Le truppe sforzesche si dimostrano indisciplinate e compiono «desonestate assay in robbare et dannezare» nei territori di Calestano e di Pontremoli.

In una missiva datata 10 dicembre 1450 Francesco Sforza se ne rammarica con le due comunità e lo stesso giorno rimprovera aspramente il fratello per non aver saputo tenere a freno i suoi uomini, ordinandogli di punire i colpevoli e di far restituire i beni sottratti.

Oltrepassati i territori ducali, fra le ultime settimane del 1450 e i primi giorni del 1451 le truppe sforzesche s’impadroniscono dei feudi sottratti a Spinetta Malaspina, che partecipa alla spedizione con un propria squadra di armati.

Negli stessi giorni i soldati di Alessandro occupano Castiglione del Terziere, Bibola e Castel dell’Aquila: i principali capisaldi su cui la Repubblica Fiorentina avanza diritti e di cui vuole rientrare in possesso.

Complice il maltempo, le scorrerie compiute dalle truppe sforzesche proseguono anche nelle settimane successive.

Gassano innalza le insegne fiorentine e manda propri ambasciatori a Pontremoli per trattare la dedizione, tuttavia è minacciata di saccheggio qualora i suoi abitanti non paghino una taglia di quattrocentocinquanta fiorini (oggi sarebbero un paio di centinaia di migliaia di euro).

Anche a Nicola le truppe commettono ruberie. Inoltre, il commissario fiorentino avanza preoccupazioni sulla sorte delle donne e delle ragazze rifugiatesi nel Castello dell’Aquila.

Lo stesso governo di Firenze chiede a più riprese di incoraggiare il rientro della spedizione sforzesca nel Parmense.

Consegnato Castiglione del Terziere agli emissari della Signoria, Alessandro e i suoi uomini valicano nuovamente l’Appennino, ritornando nella Valpadana.

L’episodio lascia però un ricordo duraturo e spiacevole fra le popolazioni della zona.

Per cercare di rifondere le angherie patite il duca di Milano ordina che la comunità di Pontremoli sia temporaneamente sgravata dal sostenere l’onere di alloggiare e mantenere le truppe di cavalleria.

Francesco Sforza sa bene che i pontremolesi sono rimasti scioccati dai saccheggi, compiuti oltretutto da soldati agli ordini del loro stesso signore.

In una missiva del 5 maggio 1453, dovendo inviare nuovamente Alessandro nell’area tirrenica, il sovrano raccomanda al fratello di utilizzare qualunque percorso «excepto che de fare la via de Pontremulo».

Gli abitanti sono ancora «spaventati» e «impauriti» per quanto accaduto tre anni prima e vuole evitare che le violenze si ripetano: «l’affectione, amore e fidilitate» che la popolazione nutre nei riguardi del duca meritano «boni tractamenti».

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 26 novembre 2021 – Aggiornato al 27 dicembre 2021