Pontremoli e il dominio degli Sforza (1441-1500)


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 26 novembre 2021 al 27 marzo 2022
A cura di Davide Tansini
“Pontremoli e il dominio degli Sforza (1441-1500)”. A cura di Davide Tansini

Chi si accosta alla storia della Pontremoli quattrocentesca non può non imbattersi in un curioso episodio che ha come protagonista (suo malgrado) un castellano sforzesco: precisamente, quello della rocchetta Cacciaguerra.

Il personaggio in questione è il milanese Alessandro Gorone Lampugnani. Dal 1452 al 1463 presta servizio per il duca Francesco Sforza come comandante del fortilizio che divide in due il cuore dall’abitato pontremolese.

La separazione tra gli antichi nuclei di Sommoborgo (o Cazaguerra Supra) e Imoborgo (o Cazaguerra Infra) non è soltanto una barriera materiale ma è anche una delimitazione tra le due fazioni della comunità, che hanno tradizionalmente riti, devozioni, colori politici e patronati differenti.

In questo genere situazioni, connotate da forte rivalità, ricopre un ruolo molto importante l’attaccamento a regole, consuetudini e prassi che regolamentano i vari aspetti della coabitazione (non sempre pacifica) fra i due gruppi.

Per esempio, come comportarsi con le esequie di stranieri o di residenti non autoctoni deceduti a Pontremoli: in quale dei due borghi celebrarle, visto che gli interessati non appartengono né all’una né all’altra consorteria e, quindi, non hanno precisi patronati locali.

La logica vorrebbe che fosse ciascuna parte a provvedere al rituale funebre, in base alla zona del trapasso, prendendo come riferimento la struttura che delimita Sommoborgo e Imoborgo: la rocchetta Cacciaguerra.

Ci si potrebbe anche chiedere, però, quale sarebbe il comportamento cui attenersi se il decesso avvenisse proprio all’interno della fortificazione.

La domanda potrebbe apparire capziosa ma non troppo, in fondo: nel XV secolo la rocchetta è la residenza di un presidio costituito da esseri umani, destinati ineluttabilmente a perire.

In effetti, è proprio ciò che accade nel gennaio 1463, quando Alessandro Gorone Lampugnani viene a mancare.

Evidentemente, un caso del genere non è stato fino ad allora previsto o affrontato fra i pontremolesi; oppure, si è persa memoria circa la risoluzione di un’eventuale questione pregressa.

Sta di fatto che entrambe le parti reclamano l’onore e l’onere del funerale: un po’ per il rango del defunto; un po’ per campanilismo; soprattutto, per non lasciare ai borghigiani rivali un precedente destinato a diventare riferimento normativo, consuetudine nonché pretesto di supremazia.

Non riuscendo a risolvere l’empasse, si decide di ricorrere alle autorità sia civili sia ecclesiastiche, data la contemporanea presenza a Pontremoli di due vescovi: quello di Luni Francesco da Pietrasanta e quello di Brugnato Antonio Uggeri, entrambi residenti nel borgo sottano.

È necessario l’arbitrato del commissario ducale, Giano della Porta, per giungere a un’ordinanza del sovrano milanese e a un decreto episcopale per comporre la lite; il tutto ratificato da un apposito atto notarile rogato il 24 gennaio 1463 da Girolamo Belmesseri.

Secondo le indicazioni (da rispettare anche in casi successivi), il funerale deve essere celebrato nella chiesa di San Francesco, fuori dalle mura; il feretro deve essere traslato da quattro individui per ciascuno dei due quartieri contendenti (otto in totale, poi diventati nove perché «licet non essent […] pares») lungo un tragitto che preveda il passaggio attraverso Imoborgo all’andata e Sommoborgo al ritorno (da invertire alla seguente occasione). Conclude la cerimonia un’orazione pronunziata presso la piazza inferiore, presso la stessa rocchetta Cacciaguerra.

Così, il defunto conteso può trovare pace. E anche i pontremolesi.

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 26 novembre 2021 – Aggiornato al 27 dicembre 2021