Pontremoli e il dominio degli Sforza (1441-1500)


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 26 novembre 2021 al 27 marzo 2022
A cura di Davide Tansini
“Pontremoli e il dominio degli Sforza (1441-1500)”. A cura di Davide Tansini

Le prescrizioni per i castellani del Ducato di Milano imporrebbero che questi non intrattengano rapporti stretti con la popolazione residente attorno al presidio.

Tale precetto, però, quasi mai è rispettato e i comandanti delle guarnigioni (come anche i soldati ai loro ordini) partecipano ai molti aspetti della vita locale. Soprattutto se il loro incarico si protrae per diversi anni.

Nei suoi quartieri la Pontremoli quattrocentesca ospita ben tre castelli in cui sono stanziate guarnigioni ducali, cui va aggiunto il presidio della vicina Grondola.

Sfogliando i documenti del periodo può quindi capitare di imbattersi in episodi che coinvolgono i castellani o i loro famigliari, per ragioni non attinenti al loro incarico.

È il caso di sedici soccide: cioè, contratti per l’allevamento collaborativo, stipulati fra il 1465 e il 1475 e redatti dal notaio pontremolese Girolamo Belmesseri.

Gli accordi costituiscono delle società in cui, dietro fornitura di denaro e di prestazione d’opera, i contraenti gestiscono per tre anni una scrofa.

L’animale non è da carne ma è una «porca a porcellis». Nel corso del triennio i maialini nati dalla fattrice sono ripartiti ugualmente fra i due contraenti.

Nei sedici atti il soccidante è l’allora castellano del Piagnaro, il romagnolo Menguzzo del fu Cristoforo Cassani da Cotignola, oppure qualcuno della sua consorteria, sempre originario della località ravennate da cui proviene la stessa famiglia del duca Francesco Sforza.

Fra questi compaiono i figli del castellano medesimo, Pietro Simone e Battaglia, nonché Bertolino del fu Bizzo, che agisce come procuratore dell’ufficiale sforzesco.

Locali sono invece i soccidatari: Andreolo di Luchino Cattanei da Versola, Antonio di Antonietto da Roncobianco, Matteo del fu Giovanni Rovereto da Imocaprio, Guglielmo del fu Antoniolo da Pracchiola, Andrea del fu Franco Coduri da Toplecca, Giacomo del fu Bertolino Musetti da San Cristoforo, Giuliano del fu Marzio Federici da Grondola, Giacopino di Cecchino Pelliccia da Guinadi, Giovanni del fu Bertino Opicinelli da Pracchiola, i fratelli Federico e Bartolomeo del fu Giovanni Federici da Gravago, Angelino del fu Franco Capelli da Navola, Giovanni di Francesco del fu Guglielmino Cristoperini da Arzelato, Antonio del fu Giovannino Belli da Gravago e Cichino del fu Antonio Venturini da Grondola.

Tranne in un caso, questi ultimi non hanno il capitale necessario per attivare il contratto, consistente in un ducato (oggi sarebbero poche centinaia di euro).

Il castellano o i membri della sua consorteria anticipano la somma prestandola alla controparte, che con un apposito atto notarile si impegna a restituirla entro quindici giorni.

Questo dettaglio, oltre all’evidente disponibilità di capitale da parte dei cotignolesi, al carattere non occasionale dei contratti e al ricorso a un notaio specifico potrebbe non far escludere che le soccide si accompagnino a un’attività di prestito a usura.

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 26 novembre 2021 – Aggiornato al 27 dicembre 2021