Pontremoli e il dominio degli Sforza (1441-1500)


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 26 novembre 2021 al 27 marzo 2022
A cura di Davide Tansini
“Pontremoli e il dominio degli Sforza (1441-1500)”. A cura di Davide Tansini

Durante il loro dominio, i duchi sforzeschi di Milano hanno a che fare con un vicino molto importante per i commerci e l’economia del proprio stato: la Repubblica di Genova.

Nel XV secolo la Città della Lanterna è uno degli sbocchi privilegiati delle tratte che uniscono la Lombardia al mare: per il prestigio e la relativa vicinanza del suo porto, per il dinamismo dei locali ceti mercantili e per l’antagonismo politico della Repubblica di Venezia.

Le principali famiglie liguri sfruttano a loro vantaggio la problematicità di mantenere Genova regolarmente fornita di adeguate risorse, soprattutto annonarie.

La Dominante impone un sostanziale regime di monopolio sulle riviere, impedendo alle località affacciate sul mare di sviluppare approdi e commerci che non siano limitati al cabotaggio e ai rifornimenti verso il capoluogo.

Questo concentra lungo i moli genovesi la maggior parte del traffico portuale della Liguria e lascia solo a pochissimi centri limitate capacità di esercitare tratte mercantili: per esempio, quelle del sale a Savona e alla Spezia, il cui golfo funge da raccordo con l’itinerario appenninico della via Francigena, verso Pontremoli.

Ciò relega il potere contrattuale del governo milanese in una posizione svantaggiosa, spingendolo a forzare il cartello genovese che, peraltro, è soggetto alle fluttuazioni della precaria situazione politica in Liguria.

Vanno interpretati anche in questo senso l’acquisto di Ameglia e del suo porto, venduto a Francesco Sforza dai Fregoso nel 1460, e l’accordo con il re di Francia Luigi XI di Valois per l’occupazione sforzesca di Genova stessa, avvenuta nel 1464.

Mentre il condottiero, pur ambizioso, prova a non alterare troppo l’equilibrio interno al patriziato ligure (in una ricerca della concordia partium che caratterizza anche la sua politica milanese), il figlio Galeazzo Maria Sforza è di diverso avviso, preferendo azioni più evidenti e incisive.

La sua volontà di potenza è ben esemplificata dalla richiesta fatta alla Compagna Communis di allestire una flotta di quaranta galee, destinata specificamente a compiti militari e non commerciali: cosa che trova molto recalcitrante l’oligarchia mercantile ligure.

Il duca avvia nel 1472 la costruzione di tre arsenali: a Genova, a Savona e alla Spezia. La tripartizione è motivata anche da ragioni strategiche ma sottintende l’intenzione di sviluppare una potenza marittima propriamente sforzesca: non più basata sull’appoggio esclusivo della Compagna Communis e a discapito della supremazia che la Superba esercita sulla costa ligure.

Ultimata nel 1473, la struttura spezzina è edificata in legno ed è situata lungo la linea costiera a est dell’odierno centro storico.

Delle quaranta galee previste (da allestire anche a Levanto, a Porto Venere e alla Spezia) l’arsenale sforzesco arriva a ospitare solo quattro scafi.

Il primo custode del presidio è il provvisionato ducale Bartolomeo da Pavia: entrato in servizio nello stesso 1473 insieme ad altri due miliziotti.

I successivi ufficiali hanno il titolo di capitano e sono selezionati con requisiti di familiarità che lo leghino agli altri comandanti delle fortificazioni spezzine.

Angelo Landriani, in carica dal 1475 al 1477, è fratello dei castellani della fortezza di San Giorgio e della Bastia, rispettivamente Bernabò e Battista.

Gli succede Opicino Alciati e, contemporaneamente, la castellania dell’«Arx Spedie» è assegnata a suo fratello Cristoforo.

Iniziato nel maggio dello stesso 1477, l’incarico di Opicino termina nell’agosto successivo, quando è rimpiazzato da Scariotto da Imola, deputato già dallo stesso maggio al comando della Bastia spezzina.

L’aumentata frequenza degli avvicendamenti al capitanato dell’arsenale testimonia il peggioramento della situazione nel golfo dei Poeti dopo l’omicidio del duca Galeazzo Maria Sforza nel 1476.

Una prima rivolta scoppia nel 1477 ma le truppe sforzesche riescono a reprimerla. Una seconda sollevazione avviene nel 1478 e, stavolta, le autorità ducali non riescono a contenerla, tanto che debbono cedere il controllo dell’arsenale alla famiglia Biassa per evitare la completa distruzione del sito.

La costruzione voluta dal sovrano sforzesco è abbandonata per anni e le imbarcazioni custoditevi sono lasciate deperire irrimediabilmente.

Nel 1488 Ludovico il Moro, fratello di Galeazzo Maria, riprende il controllo della Repubblica genovese e ripristina il capitanato arsenalotto alla Spezia.

Fino al 1495 l’incarico è affidato a Leone Tatti, originario di Varese. Alla sua morte lo rimpiazza la coppia di fratelli pontremolesi Pietro e Lorenzo Reghini (o Righini oppure Enreghini), preposti congiuntamente al comando del castello di San Giorgio e dell’arsenale (con tutta probabilità quest’ultimo tocca a Lorenzo).

La loro amministrazione è tuttavia breve. Nello stesso 1495 sono destituiti dal loro ufficio per aver consegnato le rispettive fortificazioni al re di Francia Carlo VIII di Valois.

La sorte dell’arsenale è segnata. Ancora menzionata nel 1496, da questa data la struttura sforzesca va incontro all’obliterazione. Nel 1539 è attestato il toponimo spezzino «Darsinelle», che scompare poi dai documenti.

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 26 novembre 2021 – Aggiornato al 27 dicembre 2021