Pontremoli e il dominio degli Sforza (1441-1500)


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 26 novembre 2021 al 27 marzo 2022
A cura di Davide Tansini
“Pontremoli e il dominio degli Sforza (1441-1500)”. A cura di Davide Tansini

Trovarsi lungo un importante itinerario stradale come la via Francigena è un aspetto centrale della Pontremoli quattrocentesca: rappresenta una risorsa economica, un tramite per scambi sociali e culturali, per certi versi anche una forma di prestigio.

Tuttavia, può anche essere fonte di grossi problemi: questi percorsi possono tramutarsi in direttrici privilegiate per invasioni e calamità dalle conseguenze disastrose.

I giubilei indetti periodicamente dalla chiesa romana attirano a Roma attraverso il territorio lunense numeri molto elevati di pellegrini.

I viaggiatori generano un indotto economico ma possono anche diventare un problema per l’ordine pubblico e, soprattutto, veicoli per la propagazione di epidemie.

Il cronista bagnonese Antonio da Faie descrive come nell’anno santo 1450 la peste colpisca Villafranca in Lunigiana e, in misura minore, Pontremoli, risparmiando la sua virulenza a Bagnone.

Anche la lebbra è un morbo presente alle estremità della val di Magra e di quella del Taro. Nel medesimo 1450 compare a Parma mentre a Pontremoli è attestata nel 1436 in concomitanza con un’altra pestilenza.

L’asperità e la boscosità di vari luoghi nel Pontremolese può favorire le azioni di individui che si danno al banditismo.

È il caso di Domenico Torsoni da Tarasco e Tomeo Pagani da Gravagna, rei di aver aggredito e derubato un messaggero ducale e un altro fiorentino nel 1451.

I passaggi di truppe sono fra gli episodi che procurano costantemente grattacapi ai magistrati e agli stessi sovrani sforzeschi.

Sempre nel 1451 il vicecommissario di Pontremoli subisce i rimproveri di Francesco Sforza per aver consentito il transito della squadra di Bartolomeo da Bergamo, assoldata dal marchese Giacomo Ambrogio Malaspina di Lusuolo.

Gli armati malaspiniani occupano il fortilizio di Aulla (probabilmente, lo scomparso castello di Adalberto), rischiando di provocare un incidente diplomatico: da anni i Malaspina rivendicano il feudo aullese, governato da Caterina Ordelaffi, madre dell’ex doge di Genova Ludovico Fregoso, che detiene de facto la signoria sul luogo.

Il tempestivo intervento della cancelleria milanese scongiura il complicarsi della situazione: i soldati di Bartolomeo sgomberano il presidio e il duca può dispiacersi con gli interessati per l’increscioso equivoco.

Ben più gravi sono gli avvenimenti capitati nel 1450, anno in cui Alessandro Sforza, signore di Pesaro e fratello del sovrano milanese, è inviato dal Parmense in Lunigiana per condurre una campagna militare contro il marchese di Fosdinovo Giacomo Malaspina.

Le milizie sforzesche si rivelano indisciplinate e compiono «desonestate assay in robbare et dannezare el paise» nelle terre di Calestano e Pontremoli.

Francesco Sforza se ne rammarica con entrambe le comunità e rimprovera aspramente il fratello per non aver saputo tenere a freno le sue truppe, intimandogli di punire i colpevoli e di far restituire i beni sottratti.

Per cercare di risarcire i danni patiti il duca di Milano ordina che i pontremolesi siano temporaneamente esentati dal sostenere l’onere di alloggiare e mantenere i soldati di cavalleria.

La popolazione rimane scioccata dai saccheggi, compiuti oltretutto da milizie agli ordini del loro stesso signore.

Nel 1453, dovendo inviare nuovamente Alessandro in Lunigiana, il sovrano impone al fratello di utilizzare qualunque itinerario «excepto che de fare la via de Pontremulo»: gli abitanti sono ancora «spaventati» e «impauriti» per quanto accaduto tre anni prima e il duca vuole evitare che le violenze si ripetano.

L’episodio più famigerato e funesto per la Pontremoli sforzesca è comunque il duplice passaggio delle truppe del re di Francia Carlo VIII di Valois, avvenuto durante la spedizione verso il Regno di Napoli che il sovrano transalpino guida fra l’autunno 1494 e l’estate 1495.

Secondo la tradizione, è un diverbio tra alcuni pontremolesi e una pattuglia di mercenari svizzeri dell’armata transalpina, degenerato in rissa con morti e feriti, a costituire nell’ottobre 1494 il pretesto per l’assalto che i fanti elvetici compiono nel giugno successivo.

All’approssimarsi dell’armata francese di ritorno oltralpe gli abitanti di Pontremoli fuggono dalla loro terra o si rifugiano nel castello del Piagnaro, evacuato dal presidio sforzesco.

I mercenari fanno irruzione nel borgo, trucidano le persone rimaste, saccheggiano le case e vi appiccano il fuoco. Solo tre edifici del centro scampano alle fiamme e in quell’occasione va perso anche l’antico archivio della comunità.

Il fatto è estremamente grave e doloroso, tanto che nel 1500, dopo la conquista dello stato milanese da parte del casato Valois, Pontremoli è esentata per cinque anni dal versamento del censo dovuto all’erario ducale.

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 26 novembre 2021 – Aggiornato al 27 dicembre 2021