Pontremoli e il dominio degli Sforza (1441-1500)


Storia del Medioevo e del Rinascimento
Dal 26 novembre 2021 al 27 marzo 2022
A cura di Davide Tansini
“Pontremoli e il dominio degli Sforza (1441-1500)”. A cura di Davide Tansini

La storia della Lunigiana è molto legata ai movimenti migratori che, nella maggioranza dei casi, hanno alla base ragioni economiche o politiche.

Un caso di immigrazione contemporaneamente economica e politica riguarda gli ufficiali governativi che prestano servizio a Pontremoli durante il periodo sforzesco.

Quest’aspetto non riguarda esclusivamente l’alta val di Magra o la dominazione degli Sforza, bensì è molto diffuso anche in altri periodi e dominazioni.

A coloro che gestiscono i vari settori dell’amministrazione locale per conto del sovrano è richiesta una certa conoscenza del territorio e della popolazione con cui sono a contatto.

Però, il governo è molto restio a affidare gli incarichi più delicati e rilevanti ai nativi del posto. Ciò vale per i castellani, per i membri delle guarnigioni di stanza nei presidi e per i commissari.

Questi ultimi sono i rappresentanti in loco del signore e agiscono in suo nome, operando in faccende molto delicate. Perdipiù a Pontremoli ricoprono anche il ruolo di podestà, che nelle istituzioni dell’epoca prevede funzioni da giudice.

Il reclutamento esterno cerca di evitare i rischi derivanti da parentele e connivenze che possono danneggiare l’autorità statale.

Le assegnazioni dipendono anche dalle risorse umane cui il regime di turno può attingere e al bacino territoriale della loro provenienza.

Da questo punto di vista, il governo quattrocentesco degli Sforza su Pontremoli si caratterizza per una notevole varietà geografica rispetto a quelli precedenti (fliscano, visconteo) e limitrofi (malaspiniani, estensi, landiani, genovesi).

Soprattutto durante il dominio di Francesco Sforza. Operando in buona parte d’Italia, il condottiero ha modo di conoscere e ingaggiare lungo tutto la Penisola gli individui che ritiene capaci, affidabili e adatti al suo servizio.

Così, il commissario sforzesco che nel novembre 1441 riceve la consegna di Pontremoli dagli ufficiali del duca di Milano Filippo Maria Visconti è Giovanni Silvestri da Norcia.

Umbro è anche il suo successore in carica fra il 1447 e il 1449: Pietro Paolo Pontani da Spoleto, che dopo la conquista sforzesca di Milano è nominato capitano della Martesana, poi del lago di Como, quindi podestà di Pavia.

Proprio da quest’ultimo territorio proviene il suo successore: Guiniforte Maletta, operativo dal 1449 al 1462.

Lo sostituisce l’«egregius miles dominus» novarese Giovanni della Porta (chiamato talvolta Giano), che il duca Galeazzo Maria Sforza, erede di Francesco Sforza, conferma sino al termine del 1471.

Dall’anno seguente e sino alla fine del 1477 l’ufficio di commissario è ricoperto da un altro piemontese: Borrino Colli, alessandrino, «dottor delle leggi» nonché «uomo onorato e da bene».

La congiura che nel 1476 porta all’omicidio del duca Galeazzo Maria Sforza accentra per qualche mese il dominio milanese nelle mani della vedova reggente, Bona di Savoia, e del suo consigliere Cicco Simonetta.

Con tutta probabilità è questa la ragione che motiva la nomina a commissario pontremolese di Battista Coletta.

Membro dell’entourage simonettiano, Battista risiede a Cremona anche se, come molti suoi sodali, è forse originario del centro-sud Italia.

Entra in servizio nel 1478 ed è rimosso nel settembre dell’anno successivo, pochi giorni dopo l’ingresso a Milano di Ludovico il Moro, la nomina di quest’ultimo a reggente e l’arresto di Cicco.

Lo rimpiazza Giacomello, membro della famiglia milanese dei Pusterla. Questo casato nel 1479 aiuta Ludovico a scalzare dal potere la cognata Bona e il suo consigliere.

Anche Giacomello, però, deve subire il mutevole evolversi degli eventi alla corte lombarda. Nel 1480 alcuni esponenti del suo clan si rivoltano contro il nuovo reggente di Milano e sono esiliati.

Così, Giacomello non è riconfermato nella carica pontremolese ed è sostituito dall’«egregius comes» Alberto Bruscoli di Bologna.

Durante gli ultimi due decenni del XV secolo Ludovico il Moro preferisce un frequente ricambio degli incarichi commissariali, che nell’ultima fase del suo dominio sono decisi con un anticipo di uno o due anni.

Questa pratica ha come ragione l’aumentata necessità di reperire risorse monetarie, necessarie a sostenere azioni politiche sempre più ambiziose e costose, soprattutto dopo l’acclamazione di Ludovico a duca nel 1494.

La patente di nomina a un ufficio dell’amministrazione sforzesca è concessa dietro il versamento di un contributo d’ingresso che l’interessato deve effettuare alle casse ducali.

A Pontremoli si avvicendano in questo periodo come commissari Demetrio Vistarini (1489), il «nobilis vir» Giovanni Agostino Piazza di Treviglio (1492-1493), il conte piacentino Gian Carlo Anguissola (1493-1495), il pavese Ruffino Beccaria (1496-1498).

Probabilmente motivata dal crescente fabbisogno monetario (o per ingraziarsi le consorterie e gli individui ritenuti più proficui per la tenuta dello stato) è la nomina di Seratto da Pontremoli, operativo prima del 1489 nonostante la prassi che escluderebbe i nativi dall’ufficio.

Forse, va interpretata allo stesso modo l’assegnazione di un duplice incarico al ligure Niccolò Rodoano: ultimo commissario sforzesco della Pontremoli quattrocentesca, in servizio durante i bienni 1496-1497 e 1498-1499.

Il salario commissariale è il più altro fra quelli degli ufficiali in servizio nella Pontremoli sforzesca e assomma a settantadue fiorini (oggi sarebbero diverse decine di miglia di euro annue).

Alla metà del XV secolo questo stipendio è molto maggiore della retribuzione assegnata ai castellani della fortezza del Piagnaro, della rocchetta Cacciaguerra e del Castelnuovo: all’incirca, il triplo del primo e il doppio rispetto agli altri due.

La rimuneratività dell’incarico non si limita però al salario. Svolgendo le mansioni di podestà, il commissario ha diritto a una parte degli introiti derivanti dalle multe e dalle condanne emanate per i giudizi tenuti in loco.

Anche per questi motivi l’accaparramento delle cariche più profittevoli (specialmente nelle città e nei centri rinomati) si accompagna a grossi giri di raccomandazioni, favori clientelari, concussioni, peculati, nepotismi e corruzioni attorno alla corte milanese e ai sui esponenti.

Diventare commissario o podestà apre alla possibilità di guadagnare cospicue somme di denaro ma comporta un impegno economico iniziale che può essere ingente.

È possibile che abbia visto sfumare l’investimento già compiuto l’ultimo commissario designato nel XV secolo dal casato Sforza.

Si tratta dell’«egregius eques dominus» Pietro Tigrini di Lucca, nominato nel 1498 da Ludovico il Moro per l’anno 1500 ma mai entrato in servizio causa la fine del regime sforzesco nel biennio 1499-1500.

Il nuovo dominatore Luigi XII di Valois, re di Francia e ora duca di Milano, assegna il suo posto al tortonese Francesco Montemerlo.

© Davide Tansini: tutti i diritti riservati – Pubblicato il 26 novembre 2021 – Aggiornato al 27 dicembre 2021